di Paolo Valenti
lavialibera.it, 11 giugno 2025
“Era meglio morire”. Il calciatore libico è stato condannato a trent’anni insieme ad altri quattro compagni perché ritenuto membro dell’equipaggio del barcone su cui nel 2015 sono morti 49 migranti. Il 12 giugno, la Cassazione si pronuncerà sulla richiesta di revisione del processo. Le lettere del giovane dal carcere diventeranno un libro. “Era preferibile per me morire che fare una vita così, fare il detenuto da innocente. Era meglio la morte naturale”. A scrivere dal carcere Ucciardone di Palermo è Alaa Faraj, negli atti giudiziari Alla F. Hamad Abdelkarim. Nato in Libia trent’anni fa, nel 2017 la giustizia italiana l’ha condannato a spenderne altrettanti in cella perché ritenuto, insieme a quattro compagni, lo “scafista” del barcone che, nella notte di Ferragosto del 2015, è stato soccorso dalla Marina italiana al largo di Lampedusa e nella cui stiva sono stati trovati i corpi di 49 persone, morte asfissiate durante la traversata.
Eppure, anche Alaa e i quattro connazionali si erano messi in mare per scappare dalla guerra. “Sono stati condannati sulla base di un pregiudizio, in quanto unici libici a bordo, e con diverse violazioni dei diritti fondamentali della difesa”, dice a lavialibera l’avvocata Cinzia Pecoraro, che segue Alaa nella richiesta di revisione del processo. Il prossimo 12 giugno, sarà la Cassazione a pronunciarsi sull’istanza, dopo un primo rigetto della Corte d’appello di Messina.
In Libia, Alaa studiava ingegneria e, come i compagni condannati insieme a lui, era calciatore professionista. Quando, nel 2014, nel Paese è scoppiata la guerra civile tra le forze del governo internazionalmente riconosciuto di Tripoli e quello di Tobruk sostenuto dalle milizie del generale Haftar, ha cercato di raggiungere l’Europa per continuare a studiare e giocare a pallone. Ma i canali legali non esistono, da cui la scelta di pagarsi un posto sul barcone e affrontare i rischi della traversata. Sbarcati a Catania insieme a più di 300 superstiti dopo il soccorso della Marina, Alaa e i compagni sono stati arrestati in quanto “membri dell’equipaggio” con l’accusa di favoreggiamento di ingresso illegale e omicidio plurimo. “Due testimoni sui nove sentiti, selezionati non si sa con quale criterio, hanno dichiarato che Alaa si occupava di distribuire l’acqua e mantenere l’ordine sul barcone - spiega Pecoraro -. Si tratta di testimonianze rese subito dopo lo sbarco da parte di donne sotto choc e allo stremo delle capacità fisiche e psichiche, che avevano perso familiari nel tragitto e non dormivano, mangiavano e bevevano da giorni”.
Nuovi testimoni sentiti dalla difesa tempo dopo e in condizioni di maggiore lucidità hanno smentito questa versione, affermando che a bordo nessuno manteneva l’ordine né distribuiva acqua. Di qui l’istanza di revisione del processo, che però la Corte d’Appello di Messina ha respinto pur certificando lo “scarto che indubbiamente esiste tra il diritto e la pena legalmente applicata e la dimensione morale della effettiva colpevolezza” e suggerendo di chiedere la grazia al Presidente della Repubblica. “Un’abnormità dal punto di vista giuridico”, commenta Pecoraro, che contro quella sentenza ha presentato ricorso alla Cassazione.
Intanto, Alaa ha già scontato un terzo della pena all’Ucciardone di Palermo, dove ha imparato l’italiano, si è diplomato una seconda volta e ha scoperto la passione per l’arte e la scrittura grazie ai laboratori proposti ai detenuti. “Forse sono l’unico pazzo al mondo ad avere questa idea, ma ho sempre cercato di vivere il carcere come un’opportunità - racconta in un video -. Qui ho scoperto che il più grande strumento di inclusività e accoglienza è la cultura”. È proprio durante un laboratorio che, nel febbraio del 2023, ha conosciuto la professoressa Alessandra Sciurba, coordinatrice della Clinica legale diritti e migrazioni dell’Università di Palermo. “Ho incontrato un ragazzo stupefacente, che non solo è riuscito a rimanere in piedi in questo incubo, ma non ha mai smesso di sperare e credere nella giustizia italiana, nel sogno di arrivare in un Paese in pace e democratico dove i diritti valgono per tutti”, ricorda la docente.
Da quell’incontro è nato uno scambio di lettere, alcune delle quali verranno pubblicate nei prossimi mesi da Sellerio in un libro dal titolo Perché ero ragazzo. “Rileggendoli mi sono resa conto che quei testi sono un tesoro prezioso - dice Sciurba a lavialibera -. Compongono una storia incredibile e allo stesso tempo emblematica di come la legge che punisce il favoreggiamento dell’immigrazione irregolare sia stata scritta con la penna della propaganda, tant’è che ha colpito soprattutto le ong che fanno soccorso in mare e i poveri passeggeri che vengono trattati come capri espiatori, non certo i veri trafficanti. Quelli li conosciamo: sono Bija, Al-Kikli e Almasri, che l’Italia invita, cura nei nostri ospedali e riporta a casa con l’aereo di Stato”.
Sulla vicenda di Alaa è intervenuto anche Luigi Ciotti, che ha chiesto “un supplemento di verità e giustizia per chi oggi paga un prezzo sproporzionato, inaccettabile”. Rispetto alla sentenza della Cassazione, Pecoraro ammette di avere “poche aspettative”: la Corte si è già pronunciata per altri due dei ragazzi libici condannati con Alaa, e con esito sfavorevole. L’avvocata non esclude il ricorso alla grazia presidenziale: “Non smetteremo mai di combattere per far decretare dallo Stato italiano l’innocenza di questi ragazzi, ma questo non significa che siamo disposti a farli tenere in carcere altri vent’anni”. Di battaglia parla anche Alaa, che la professoressa Sciurba ha incontrato pochi giorni fa: “Mi assicura sempre che non smetterà mai di lottare per la giustizia, non solo per lui, ma anche per i 49 morti di quella notte”.











