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di Flavia Amabile

La Stampa, 10 aprile 2025

Oggi era in calendario il quarto sbarco nel Paese. Un intervento che non riguardava più i richiedenti asilo salvati in mare ma stranieri irregolari in Italia. Ma le proteste hanno rinviato l’operazione. Sarebbero state due rivolte nel Cpr di Brindisi a costringere il ministro Matteo Piantedosi a rivedere i suoi piani sull’operazione Cpr in Albania. Che non sarà più oggi come previsto ma, forse, domani. Le rivolte sarebbero scoppiate quando ormai era dato quasi per certo l’arrivo per oggi, 10 aprile, di un primo gruppo di persone trasferite dai Cpr italiani a quello di Gjader. Si trattava di circa 40 stranieri, recuperati dopo un complesso processo di selezione in diversi Cpr italiani. Trasportati nei giorni scorsi a Brindisi, sarebbero dovuti partire con due navi diverse nel pomeriggio di oggi. La notizia era stata annunciata anche alle 19.19 dall’Ansa. Poco dopo sono arrivate le prime indiscrezioni sull’ulteriore rinvio di un trasferimento che negli ultimi giorni è apparso in affanno rispetto ai tempi previsti dal ministero.

Era stato il ministro Piantedosi il 31 marzo a prevedere che il trasferimento sarebbe avvenuto entro sette-dieci giorni. Il processo di selezione delle persone è stato però più complesso di quanto il Viminale aveva immaginato. Si trattava di trovare persone in possesso di alcuni requisiti: la priorità veniva data ai soggetti socialmente pericolosi, a coloro per i quali era previsto un provvedimento di rimpatrio entro poche settimane ma al tempo stesso non dovevano avere vulnerabilità che avrebbero potuto annullare il trasferimento. Dopo due settimane di ricerche si pensava di aver trovato le persone giuste ma le due rivolte hanno frenato gli entusiasmi del governo e messo in luce gli aspetti deboli di un meccanismo che anche in questa nuova versione sembra ancora piuttosto inefficace.

Il 28 marzo il consiglio dei ministri ha approvato un decreto legge che trasforma la struttura di Gjader in Centro per il rimpatrio di migranti in attesa di espulsione provando a rendere operative le due strutture albanesi inaugurate nell’ottobre scorso con un costo di 653 milioni in 5 anni. Piantedosi ha assicurato che l’operazione si farà senza alcun costo aggiuntivo rispetto agli stanziamenti previsti e che il centro di Gjader è equivalente rispetto ai Cpr presenti in Italia.

La situazione in Albania - “La notizia è che una parlamentare dell’opposizione deve recarsi fino a qua per rendersi conto che nemmeno l’ente gestore sa che cosa accadrà nelle prossime 24 ore”, denuncia la deputata del Pd Rachele Scarpa dopo un’ora di colloquio con i responsabili dell’ente gestore del centro di Gjader, la cooperativa Medihospes. A partecipare all’incontro c’erano anche Giorgia Jana Pintus e Amr Adem dell’Arci Nazionale in rappresentanza del Tavolo Asilo e Immigrazione.

Le incognite che circondano l’operazione sono molte. Non si sa chi siano le persone trasferite in Albania, quali siano i loro Paesi di origine e, quindi, le lingue parlate. Questo crea un problema nel reperire i mediatori per consentire alle persone di comunicare e di capire dove sono e che cosa sta accadendo. “L’ente gestore ha organizzato la mediazione linguistica basandosi sulle lingue maggiormente parlate nei Cpr italiani, un calcolo statistico che non sappiamo se è adeguato o se lascerà qualcuno privo del diritto di avere una mediazione linguistica”, spiega Rachele Scarpa. “Non sono definiti i protocolli nel caso in cui dovesse esserci un’emergenza sanitaria. In Italia se accade un suicidio o un atto lesionistico c’è un intervento dell’Asl. Qui non è chiaro ancora come si interverrà. È assurdo pensare che Piantedosi possa sostenere che quello di Gjader sia un Cpr equivalente a quelli italiani”, aggiunge la deputata del Pd. Né è chiaro come potrebbero essere trattati eventuali soggetti psicopatici o tossicodipendenti. “Questa condizione di vaghezza lascia molto perplessi”.

All’arrivo a Gjader le persone trasferite avranno dei colloqui individuali per spiegare loro dove sono e essere messe al corrente dei propri diritti come, per esempio, quello di poter presentare di nuovo la domanda di asilo o reiterare la richiesta già fatta. Dovrebbero essere sottoposte a una visita per ottenere la certificazione sanitaria e prenderanno conoscenza della Carta dei diritti e doveri del cittadino. Difficile capire che cosa accadrà se non troveranno il mediatore in grado di parlare la loro lingua. Saranno messi a disposizione 5 o 6 telefoni per le chiamate ai parenti. Saranno telefonate effettuate con il piano tariffario internazionale che prevede uno scatto di scatto di 3.90 euro alla risposta e poi 3.90 euro al minuto che per ora sono a carico dell’ente gestore ma che saranno inseriti nel nuovo contratto fra gli extra-costi che saranno invece a carico dei conti pubblici.

È di 18 mesi il tempo di trattenimento massimo in questo tipo di centri. Quando ci sarà la possibilità di rimpatriarli - la Tunisia è il Paese con cui l’Italia ha l’accordo più efficace per i rimpatri - dovrà però avvenire con partenza dall’Italia. Gli ospiti di Gjader verranno quindi riportati sul suolo italiano prima di essere espulsi. “Direi, quindi, che appare difficile parlare di invarianza di costi”, commenta Rachele Scarpa. Per Giorgia Jana Pintus c’è una “grandissima fretta di riattivare questi centri anche a scapito del lavoro dell’ente gestore. Permangono, quindi, tanti dubbi sul diritto alla difesa, sull’accesso alla salute e sulle garanzie fondamentali già in crisi nel sistema fallimentare dei Cpr in Italia ma che con la extraterritorialità del sistema Albania appaiono ancora più problematiche”.