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di Giansandro Merli

Il Manifesto, 12 aprile 2025

La scena del crimine Le garanzie non si aggirano. È sempre possibile chiedere il riesame immediato del trattenimento. Questa volta sulla detenzione in Albania non dovrà esprimersi nessun giudice. O almeno così spera il governo che ci ha fatto un decreto apposta. Nonostante tanti sforzi, però, i migranti potrebbero comunque invocare il controllo giurisdizionale. In diversi modi. I primi tre round di trasferimenti hanno coinvolto richiedenti asilo mai entrati in Italia. Per questo sono stati portati a Gjader e rinchiusi nel centro di trattenimento, la prima delle tre strutture dell’ex area militare (seguono Cpr e penitenziario). Tra quelle mura avevano atteso che le toghe capitoline, prima del tribunale civile e poi della corte d’appello, decidessero sulla richiesta di convalida della detenzione avanzata dal questore di Roma. L’articolo 13 della Costituzione prevede un termine massimo di 48 ore. Come noto, tutte e tre le volte è stata ordinata la liberazione dei cittadini stranieri.

I 40 sbarcati ieri dalla nave Libra, nella prima deportazione dal territorio nazionale, sono stati invece portati nel Cpr di Gjader, simile all’altro centro ma dotato di protezioni rinforzate e sbarre a ogni porta e finestra dei moduli abitativi in formato container. In questo caso, infatti, non si tratta di richiedenti asilo ma di migranti “irregolari”, destinatari di un provvedimento di espulsione e provenienti da un’analoga struttura in Italia dove erano già trattenuti in seguito alla convalida decisa da un giudice di pace. Il decreto con cui il 28 marzo scorso l’esecutivo ha esteso l’uso dei centri in Albania agli stranieri “irregolari” è intervenuto specificamente su due norme, il testo unico immigrazione e la legge di ratifica del protocollo Roma-Tirana, proprio per scongiurare che sull’attraversamento dell’Adriatico intervenga la magistratura.

Cosa che però avverrebbe se il cittadino straniero chiedesse il riesame immediato del trattenimento. “Una sentenza della Corte di giustizia europea afferma che la direttiva procedure rende sempre possibile presentare questa domanda”, afferma l’avvocato Salvatore Fachile. Va indirizzata al giudice competente, che non ha una scadenza perentoria entro cui rispondere ma deve farlo in modo “tempestivo”. In genere i giudici di pace ci mettono una o due settimane. La richiesta può essere giustificata dalla comparsa di nuovi elementi: per esempio che il luogo di detenzione “potrebbe non essere idoneo a garantire diritto di difesa o all’unità familiare”, continua Fachile.

Un altro caso in cui dovrà intervenire la magistratura, nello specifico la corte d’appello della capitale, è quando un trattenuto chiederà asilo. Cosa che il cittadino straniero può fare in qualsiasi momento, anche dopo aver ricevuto un diniego. Tecnicamente si chiamano “domande reiterate” e possono essere avanzate anche in fase di espulsione.

“Il protocollo parla di “procedure di frontiera o rimpatrio”. Dalla pur discutibile interpretazione che ne ha proposto il governo resta comunque fuori il caso di un richiedente asilo sottoposto a procedure accelerate ma non di frontiera, come quelle per chi chiede asilo in detenzione”, spiega Fachile. Se i giudici condividessero questa interpretazione i migranti da riportare nei Cpr in Italia potrebbero essere parecchi. Nel caso in cui fosse impedito di chiedere asilo o anche se i giudici di pace, che non sono magistrati ordinari, risultassero avulsi da alcune delle complicate questioni giuridiche che si porranno, i migranti potrebbero anche rivolgersi con procedura d’urgenza direttamente al tribunale civile. Questo, secondo una recente sentenza capitolina, è sempre e comunque il garante dei diritti fondamentali della persona straniera. Dulcis in fundo: non è detto che la pretesa del governo di evitare il controllo giurisdizionale sia legittima. “Siamo convinti che il trasferimento debba essere motivato - afferma Fachile - Chiederemo di produrre l’atto di trasferimento con le ragioni che lo giustificano. Se riteniamo che non siano adeguate lo impugneremo. In caso non ci sia seguiremo altre strade di azione legale”.