di Fabrizio Geremicca
Il Manifesto, 13 aprile 2025
Il ministro dell’Interno rivendica la correttezza della procedura. “Quella delle fascette ai polsi è una procedura che adottano normalmente gli operatori ed io non solo non ne prendo le distanze, ma la condivido. Quelle persone sono state trasferite in Albania in uno stato di privazione della libertà personale e non limitare i loro movimenti avrebbe significato che avremmo dovuto quadruplicare il numero degli agenti. Avremmo dovuto prendere un’altra nave, i trasferimenti sarebbero stati molto più costosi”. Matteo Piantedosi, il ministro dell’Interno, ieri a Napoli ha rivendicato la scelta di traghettare in Albania in manette 40 migranti reclutati nei Cpr. Lo ha fatto durante la conferenza stampa di chiusura del Med5 (il vertice con Spagna, Grecia, Italia, Cipro e Malta) al quale hanno preso parte pure il commissario europeo per la Migrazione Magnus Brunner e il direttore esecutivo di Frontex Hans Leijtens.
Nessun ripensamento, dunque, da parte di Piantedosi. “È stata operata una valutazione - ha proseguito il titolare del Viminale - rispetto agli elementi di pericolosità dei soggetti trasferiti in Albania. C’erano cinque casi di violenza sessuale, uno di tentato omicidio ed un ampio campionario di precedenti penali”. Per poi aggiungere, rivolgendosi ai cronisti: “Non vedo perché vi appassioni tanto questa questione dell’Albania, non ci sono diseconomie, al netto delle preclusioni concettuali ed ideologiche”.
Alla domanda sulla compatibilità tra le sue affermazioni circa la volontà di combattere i trafficanti di esseri umani e il rimpatrio in Libia su un aereo di Stato di Elmasry, il capo della polizia militare libica accusato di torture e inseguito da un mandato di cattura della Corte penale internazionale, ha risposto: “Non l’ho mai conosciuto. L’ho sentito nominare per la prima volta a febbraio”. Per poi precisare: “Mi sono informato e non è stato mai un soggetto che abbia interagito con coloro i quali hanno rapporti con noi in Libia”. Tra i quali c’è però certamente il ministro libico Imad Trabelsi, che venerdì è stato anch’egli a Napoli e ha partecipato ad un incontro in Prefettura con Piantedosi e i ministri della Tunisia e dell’Algeria. Ex capo di una milizia, è accusato dall’Onu di traffico di esseri umani.
La riunione di ieri di Piantedosi - con Nicholas Ioannides (vice ministro cipriota delle Migrazioni), Byron Camilleri (ministro dell’Interno maltese), Fernando Grande-Marlaska Gómez (ministro dell’Interno spagnolo), Makis Voridis (ministro greco della Migrazione) - ha partorito una dichiarazione congiunta di 3 pagine e 26 punti. Tra essi, al fine di accelerare le procedure di espulsione, c’è l’istanza “di evitare l’effetto sospensivo automatico delle decisioni di rimpatrio giuridicamente vincolanti”. I Paesi mediterranei chiedono poi all’Europa, nell’ambito del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, “un finanziamento immediato e incondizionato e un rafforzamento degli stanziamenti, in linea con gli oneri sempre più gravosi che pesano sugli Stati membri in prima linea e nella considerazione che le frontiere esterne sono gestite da questi ultimi per il bene della intera Unione”.
Italia, Malta, Cipro, Spagna e Grecia accolgono con favore “gli sforzi della Commissione europea per aumentare l’efficienza dei processi di rimpatrio e si impegnano a contribuire in modo costruttivo ai negoziati sulla nuova proposta legislativa per un regolamento sui rimpatri”. In questa Europa fortezza, va da sé, i ministri auspicano anche un potenziamento di Frontex, l’agenzia dell’Ue che svolge le funzioni di guardia di frontiera e costiera: “Chiediamo che abbia un ruolo più incisivo nella prevenzione della migrazione irregolare e nel sostegno ai rimpatri non solo dagli Stati membri, ma anche dai Paesi terzi di transito verso i Paesi di origine”.











