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di Giansandro Merli

Il Manifesto, 28 agosto 2025

Poche soluzioni, tante parole. La convergenza Ue-Italia è un gioco facile: ma non ci sono meriti, l’Europa va a destra. Mentre a Rimini la premier Giorgia Meloni si addentra “nel fronte delle migrazioni” vantandosi di aver “abbattuto drasticamente gli ingressi irregolari ma soprattutto ridotto i morti in mare” a Lampedusa si contano oltre 800 sbarchi in ventiquattro ore e si dà un nome a tre cadaveri recuperati dalla ong Nadir: tre sorelle di 9, 11 e 17 anni identificate da madre e fratello. Davanti alla platea del meeting di Comunione e liberazione la leader FdI dà una copertura cristiana alle politiche anti-migranti tirando in ballo il cardinale guineano Robert Sarah, considerato un oppositore del papato bergogliano, e le sue preoccupazioni identitarie sui giovani che lasciano “la loro terra e il loro popolo”. Così, sostiene Sarah, mettono in pericolo “storia, cultura ed esistenza del Paese che abbandonano”.

A Meloni, però, restano tutti gli altri problemi di una questione su cui dall’opposizione lanciava fuoco e fiamme, ma dagli scranni del governo fatica a trovare una quadra. “Abbiamo posato mattoni nuovi contrastando gli arrivi irregolari, ampliando quelli regolari in una cornice di serietà e rigore come non era mai avvenuto prima”, dice. Per dimostrare il successo delle politiche anti-sbarchi, per nulla innovative visto che restano nel solco del sostegno a milizie e regimi nordafricani tracciato da Minniti, il governo ha ideato un escamotage: confronta i dati non con l’anno scorso, rispetto al quale si registra un aumento, ma con il 2023. Anno record di arrivi, sotto la stessa presidenza del Consiglio.

La questione dei flussi regolari è invece più complessa. Perché qui la propaganda delle destre e le esigenze del mercato del lavoro vanno a sbattere. Così l’esecutivo continua a puntare il dito contro le poche migliaia di persone che attraversano il Mediterraneo e contro le ong che salvano vite, ma intanto ha varato due decreti flussi che in sei anni dovrebbero, se funzionassero, portare in Italia un milione di persone. Numeri mai raggiunti in precedenza, che a quanto pare non sarebbero in contraddizione con la retorica sulla “sostituzione etnica” alimentata per anni dai fasciosovranisti. C’è da augurarsi che gli imprenditori alla disperata ricerca di lavoratori stranieri ascoltino “il punto” sottolineato dalla premier: “Non ci interessa la migrazione per avere manodopera a basso costo da impiegare nei nostri sistemi produttivi”. Stesso lavoro, stesso salario: sembra il libro dei sogni.

Meloni ha poi gioco facile a dire che l’Europa intera si è ritrovata sulle posizioni italiane: aumentare i controlli alle frontiere esterne e rafforzare la politica dei rimpatri. Più che al “nostro coraggio e determinazione”, però, la convergenza dipende dal fatto che istituzioni Ue e governi nazionali si sono spostati sempre più a destra, portando alle estreme conseguenze la guerra alle persone migranti sostenuta per anni dalle forze di centro-sinistra, incapaci di delineare un modello differente basato su uguaglianza e rispetto dei diritti.

Delle “soluzioni innovative” sbandierate a ogni occasione - i centri di detenzione in Albania al momento quasi vuoti - resta solo lo scontro con la magistratura. E qui Meloni, dopo essersi sistemata giacca e camicia, promette convinta che “non c’è giudice, politico o burocrate che possa impedirci di far rispettare la legge dello Stato italiano”. Il pubblico ciellino risponde con un’ovazione, anche se evidentemente il tema è presentato al rovescio: sono state le toghe a garantire il rispetto dei diritti costituzionali e di quelli previsti dalle convenzioni europee e sovranazionali contro le pretese governative di deportare e detenere in massa chi ha soltanto chiesto asilo politico. Non un singolo giudice, ma praticamente tutti gli organi chiamati in causa: dalle sezioni specializzate dei Tribunali civili, alle Corti d’appello, alla Cassazione, fino alla Corte di giustizia Ue. Chissà se per la premier questi ultimi sono giudici o burocrati.