di Giansandro Merli
Il Manifesto, 1 settembre 2026
Jennifer Zupppiroli, esperta di politiche per l’infanzia di Save the Children Spagna: “È in corso un’ondata di aggressioni contro i cittadini stranieri che vivono ancora in strada. I partiti di destra alimentano l’esasperazione della popolazione locale”. Jennifer Zuppiroli lavora per Save the children Spagna come specialista di politiche sull’infanzia in movimento. La settimana successiva al grande afflusso di migranti ha visitato Ceuta per gettare le basi di un intervento a favore dei minori non accompagnati. Al momento nell’exclave spagnola è attiva un’unità multidisciplinare della ong: garantisce aiuto ai più vulnerabili tra i migranti.
Le ultime tensioni si sono registrate tra gli stessi migranti per l’accesso al nuovo centro di accoglienza. Più in generale, com’è la situazione nelle strade di Ceuta?
È molto, molto tesa. Anche per gli attacchi degli ultimi giorni. Sono tutti coscienti che la situazione è arrivata al limite. Le persone migranti che vivono per strada non ce la fanno più. I cittadini di Ceuta non ce la fanno più. Gli operatori delle ong sono molto timorosi. Le organizzazioni umanitarie che lavorano sul campo avevano allertato che si sarebbe arrivati a questo punto. Non è stata data la risposta necessaria per il numero di persone presenti, molte lasciate senza assistenza.
Ci sono stati attacchi contro i ripari di fortuna costruiti dai migranti sulla spiaggia del Trampolín e blocchi contro i mezzi della Croce Rossa che offrono cibo. C’è il rischio di un pogrom razzista?
Sì, il rischio effettivamente c’è. È in corso un’ondata di aggressioni contro le persone migranti che vivono ancora in strada. I partiti di destra alimentano l’esasperazione della popolazione locale. Approfittano di questo conflitto per lanciare messaggi di odio, invitando a prendere misure contro i cittadini stranieri e organizzando manifestazioni in cui dicono che devono tornare tutti a casa. Ci sono stati attacchi personali e contro le strutture create dai migranti, per esempio sulla spiaggia del Trampolín.
Le azioni di solidarietà, come l’accoglienza dal basso nel quartiere di El Principe, continuano o sono state travolte dagli eventi?
Continuano e anzi sono da valorizzare ancora di più perché ora è aumentato il rischio per chi le mette in campo. Inizialmente sono state le uniche capaci di dare un’accoglienza di emergenza e un minimo di servizi alle persone migranti, soprattutto ai più vulnerabili, come bambine e bambini. Purtroppo questa situazione sta creando una nuova linea di divisione tra gli stessi abitanti della città, portando a distinguere chi è musulmano. Questo spacca l’identità di Ceuta, dove le persone di fede islamica sono una componente storica e radicata.
Il governo centrale ha previsto uno stanziamento di 168 milioni di euro per far fronte alle conseguenze economiche nell’exclave. Invece sul piano dell’accoglienza come si sta comportando?
Sono stati aperti due centri di emergenza direttamente dipendenti dal Ministero di Inclusione, sicurezza sociale e migrazioni. Uno può ospitare 200 persone, l’altro 1.300. La capacità della struttura già esistente, poi, è stata incrementata di circa 300 posti. Sfortunatamente questi numeri restano insufficienti a evitare che ci siano ancora persone in strada. Persone che devono quotidianamente inventarsi dove dormire, cosa mangiare, come fare i propri bisogni. Se hanno necessità mediche è molto difficile che riescano ad accedere ai servizi sanitari. Purtroppo la risposta non è ancora dimensionata ai bisogni presenti in questo momento. La situazione è ancora più grave per bambini e minori.
Loro come stanno vivendo questa situazione?
Circa 1.200/1.300 sono già nel sistema di protezione di competenza della città. Ma altre migliaia si trovano ancora per strada. Si sta discutendo di due nuovi centri solo per le bambine, avranno una capacità intorno ai 500 posti. Al momento, comunque, vediamo gli spazi organizzati dal basso nei quartieri ancora pieni di ragazzini e ragazzine. I minori che restano per strada sono esposti a rischi gravissimi di sfruttamento, tratta e violenze. In questa situazione di tensione sociale, anche di vere e proprie aggressioni.
Ci sono speranze che vengano trasferiti nella penisola iberica?
La possibilità concreta al momento riguarda 500 bambine. Nonostante il trasferimento verso altre comunità autonome, però, la competenza sulla tutela rimarrebbe comunque di Ceuta. Sfortunatamente questa procedura è molto lenta. I trasferimenti sono ostacolati per motivi politici dal Partito popolare e dalla destra. Non permettono che si realizzino in modo rapido ed efficace.
Quindi qual è la prospettiva per i migranti bloccati nell’exclave?
Per ora solo sperare che si aprano altri centri di accoglienza di emergenza. Immaginiamo comunque che a un certo punto i richiedenti asilo saranno trasferiti in altre comunità autonome. Al momento si prova a evitarlo, ma la città di Ceuta è allo stremo. Non sappiamo quanto potrà resistere ancora senza i trasferimenti.









