di Chiara Daina
Corriere della Sera, 28 giugno 2025
Dal Senegal all’odissea nel deserto, e ora chef in un casale marchigiano. Bamba Diop è arrivato in Italia a 16 anni su un barcone, solo. Oggi ne ha 24 e comanda come chef la cucina di un casale marchigiano, dopo essersi formato come pasticciere con lo stellato Enrico Mazzaroni. “Il mio sogno? Aprire una scuola in Senegal. Per evitare ad altri l’incubo che ho vissuto io”.
“Se sei nero, pensano che fai il lavapiatti. E invece sono lo chef del ristorante”. Bamba è originario del Senegal, ha 24 anni e una forza interiore luminosa, forgiata da un passato duro e difficile. “Quando un nuovo collaboratore, o un cliente se capita, entrano in cucina e scoprono che il capocuoco di un agriturismo italiano è un ragazzo giovane e di colore quasi non ci credono”, dice in un misto di stupore e fierezza non ostentata dei sacrifici che ha fatto per indossare quel grande cappello bianco. Bamba Diop è arrivato in Italia su un barcone quando era appena un sedicenne. Senza niente e nessuno. Dopo un viaggio drammatico, come quello intrapreso dai protagonisti del film Io Capitano e da una marea di altri migranti in cerca di futuro. L’appuntamento per l’intervista è fissato nel suo giorno di riposo.
Ha gli occhi sorridenti, che sembrano spensierati. Il suo forte è il tiramisù: “Gli ingredienti sono gli stessi, ma se lo assaggi fai ‘wow!’”, assicura. Da gennaio lavora in un antico casale vicino a San Benedetto del Tronto, in provincia di Ascoli Piceno. “Mi hanno offerto un contratto a tempo indeterminato da capo chef e un appartamento per me e mia moglie, oggi è lei a occuparsi della preparazione di dolci e gelati. Ci siamo sposati l’anno scorso, è senegalese come me. Prima, invece, ho lavorato per quasi tre anni come pasticcere in un ristorante stellato”. Quello dello chef Enrico Mazzaroni, sull’Appennino marchigiano. Bamba lo aveva incontrato a un’iniziativa di volontariato alla mensa della Caritas di San Benedetto del Tronto, dove andava tutte le mattine a preparare i pasti mentre di sera frequentava l’istituto alberghiero. “Mi ha visto ai fornelli e mi ha detto ‘tu sei bravo’. Ha voluto assistere al mio esame orale di maturità, in cui ho parlato di dieta mediterranea, della fame che ha patito la popolazione nelle guerre mondiali e di quella che ho sofferto io durante il mio viaggio dall’Africa all’Italia. Dopo il diploma, Mazzaroni mi ha proposto di entrare a far parte del suo staff di cuochi”. Bamba sforna olive ascolane e altri manicaretti della gastronomia marchigiana ma se gli domandi qual è il suo piatto preferito risponde “la pasta al pomodoro”.
Per il futuro coltiva un altro sogno: “Tornare nel mio Paese per aprire una scuola elementare per i bambini più svantaggiati”, confida. Gli chiedo perché. “Non voglio che facciano la fatica che ho dovuto fare io per studiare. Percorrevo ogni giorno a piedi sette chilometri, all’andata e al ritorno, per raggiungere la scuola e a 13 anni sono stato costretto ad abbandonarla. L’iscrizione alle superiori era troppo costosa e così ho iniziato ad aiutare mia madre in casa: andavo a prendere il pane, cucinavo, lavavo i piatti e al pomeriggio giocavo a pallone”. Ripete che gli manca molto la sua famiglia. “Mio padre è venuto a mancare due settimane fa. Sono cresciuto sotto lo stesso tetto con lui, la sua prima moglie, che per me è stata come una zia, mia madre e otto fratelli nati dai due matrimoni. Ogni mese riesco a mandare a casa 350-400 euro e ogni tanto invio soldi anche agli amici che ne hanno bisogno”.
Quella di Bamba è una storia di integrazione di successo come, per fortuna, ce ne sono tante altre. Ma i germogli che crescono di solito non fanno rumore. “Siamo in tanti a partire ma in pochi hanno un sogno da realizzare. Per non mollare e farti coraggio non devi mai scordarti la ragione per cui sei fuggito dalla tua terra. Io l’ho fatto per dare una mano alla mia famiglia. Non avevamo la luce a casa, mio padre aveva perso il lavoro perché era malato. Non puoi rischiare di morire e poi, una volta qui, perdere tempo o lasciarti coinvolgere in situazioni di degrado”.
Riavvolgiamo il nastro indietro e torniamo al 2017. Una notte di novembre, a soli 16 anni, Bamba scappa da casa con l’amico di uno dei suoi fratelli, all’insaputa dei genitori. “Vieni in Europa con me, mi disse Modou. Lui aveva 25 anni, parlava solo Wolof, la lingua principale del Senegal, non sapeva il francese mentre io sì, il francese serviva per farsi capire - racconta - e chiedere aiuto alla gente dei Paesi africani che avremmo attraversato. Non ho soldi gli ho risposto, ma lui mi ha detto di non preoccuparmi, che ci avrebbe pensato lui a me. Il mio unico obiettivo era guadagnare soldi per far uscire dalla povertà la mia famiglia”. Bamba abita a Thies, a 70 chilometri dalla capitale Dakar. Con sé porta uno zainetto con dentro una maglietta e un paio di pantaloncini, nient’altro. “Non avevo idea - continua - di quanto ci avremmo impiegato, ma non più di un giorno pensavo. Non conoscevo l’Europa e nemmeno l’Italia, non avevo la tv, né il cellulare, avevo sentito solo parlare di Inter e Milan. Io e Modou ci siamo accordati nel pomeriggio al campo di calcio e alle due e quaranta di notte siamo partiti a piedi per raggiungere la stazione degli autobus”.
Con la prima corriera arrivano fino alla frontiera con il Mali. Poi inizia un’odissea di fatica, paura e sofferenza, durata oltre sette mesi. I due amici salgono a bordo di furgoni, auto, altri bus e quando non ci sono mezzi di fortuna camminano per settimane intere. Ogni tanto fanno dei lavoretti per racimolare qualche spicciolo, ma ricorda lui, “quando non avevamo niente la gente nei villaggi ci offriva acqua e cibo, in Africa - dice Bamba - è una cosa normale aiutarsi a vicenda. Dormivamo lungo la strada e solo due volte siamo stati ospitati nelle case. Lungo il percorso abbiamo incontrato altri uomini, donne e bambini diretti come noi in Europa e abbiamo formato un gruppo”. Dopo aver varcato i confini con il Burkina Faso e la Nigeria, si spingono fino al deserto libico e Modou non ce la fa: “I soldi erano finiti, lui aveva mal di pancia, si è accasciato ed è morto. Erano le cinque di un sabato pomeriggio. Lo abbiamo dovuto lasciare lì, sulla sabbia. Nel tragitto trovi tanti cadaveri. Come dei pugni nello stomaco, fai i conti con un dolore e una rabbia che non pensavi avresti mai vissuto, ma devi resistere, non puoi tornare indietro. Non lo avrei mai fatto, avevo paura di morire anche io o che mio padre mi avrebbe sgridato per essermene andato via di nascosto e non mi avrebbe mai più voluto”.
Bamba resta bloccato a Tripoli per quasi un mese. “Per giorni non ho mangiato. Poi un uomo senegalese mi ha portato a casa sua. Faceva il mediatore con gli scafisti, procurava i migranti da trasportare con i barconi in Italia. Ogni 20 persone che consegnava due non pagavano la traversata, ma solo la tariffa per la mediazione. A me non ha chiesto nemmeno quella e mi sono imbarcato gratis. In mezzo al mare non sentivo più la fame e la sete. Siamo stati salvati dalla Guardia costiera italiana che ci ha scortati fino a Lampedusa”. Dopo un paio di settimane escogita il modo di scappare dal centro di accoglienza dell’isola e si ritrova in stazione a Milano. “Avevo bisogno di lavorare, ma i connazionali mi dissero che era dura e cara la vita lì e che avrei avuto più chance a Pescara, dove vive una grande comunità senegalese. Uno di loro, allora, mi comprò un biglietto del treno diretto in questa città ma il controllore mi fece scendere a San Benedetto del Tronto perché il biglietto, in realtà, era stato pagato fino ad Ancona”.
Qui si mette a vendere accendini e braccialetti in spiaggia e quando i carabinieri lo fermano e provvedono a inserirlo nel percorso di accoglienza per minori stranieri non accompagnati. “Mi hanno affidato a una casa famiglia senegalese, dove sono rimasto per otto mesi, cioè fino a quando ho compiuto 18 anni. Dopodiché la Caritas mi ha messo a disposizione un alloggio, che ho condiviso con altri quattro ragazzi africani”. Nel frattempo Bamba consegue la licenza media in due anni anziché tre e prende il diploma di alberghiero. Nei weekend, intanto, fa pratica come aiuto cuoco in un locale. Da lì in poi continua a fare strada. “Sono grato all’Italia e in particolare alla Caritas - riprende - per avermi dato l’opportunità di completare i miei studi, per avermi garantito un alloggio quando non potevo permettermelo e messo nelle condizioni di avere un lavoro. Con i soldi che guadagno ho consentito alla mia famiglia di realizzare l’impianto elettrico in casa, di comprare le medicine, avere cibo a sufficienza e mandare a scuola le mie sorelle”.
Bamba in questi otto anni è tornato in Senegal due volte per far visita ai suoi cari. Ma se famiglia, nel senso più ampio del termine, include anche i legami con gli amici che non ti abbandonano nel momento del bisogno, allora Bamba ne ha costruita una anche in Italia: “Ringrazio con il cuore le persone che mi hanno sostenuto nella preparazione degli esami a scuola, quando ho dovuto prendere decisioni difficili e quando semplicemente mi dimostrano affetto invitandomi a casa loro”. Alla domanda se rifarebbe quel terribile viaggio la risposta è secca: “Mai e poi mai, neanche se mi pagassero un miliardo di euro. Ho avuto tanta paura, ho sofferto la fame e la sete come non avrei mai immaginato, ho visto tante persone morire. Un incubo che mi porterò dietro per sempre”.











