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di Goffredo Buccini

Corriere della Sera, 9 novembre 2022

È uno scontro quasi solo emblematico quello in corso, nonostante gli sbarchi. Ma le opposte ideologie si affrontano sul destino di vere persone, spesso disperate.

È un braccio di ferro quasi soltanto simbolico quello sulle navi Ong ferme nelle acque italiane in queste ore. Col grave dettaglio che i simboli su cui si fronteggiano opposte ideologie sono esseri umani, spesso disperati. Non stupisce che Giorgia Meloni rivendichi la sua linea di “difesa dei confini e della legalità”. Ma per capire di cosa parliamo davvero, in una vicenda che oppone in Italia destra e sinistra da trent’anni, occorre dare un’occhiata a qualche dato. Numeri complessivi e affidabili si trovano nel dossier del Viminale pubblicato ogni anno a Ferragosto per la riunione del Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza pubblica. Allora gli sbarchi da inizio 2022 risultano circa 45 mila, poco più della metà di quelli registrati a oggi, tre mesi dopo, dal Cruscotto del ministero: ma ciò che conta, e non varia se non di poco, sono le proporzioni. Su quel totale, gli sbarchi autonomi (barchini e carrette del mare che arrivano direttamente sulle nostre coste) sono il 53,2%. I migranti raccolti a seguito di “eventi Sar” (cioè i naufraghi veri o presunti salvati tra le nostre coste e quelle africane) sono il 46,7%. Di questi, appena il 16% sono quelli presi a bordo da navi delle Organizzazioni non governative, una percentuale abbastanza costante negli ultimi anni: nel 2020 erano poco meno del 20%; e, secondo l’autorevole istituto Ispi, nei primi otto mesi del 2019, con Salvini agli Interni, su 3.073 migranti solo 248 sono arrivati con le navi Ong, mentre 2.825 sono approdati per via autonoma sulle spiagge italiane, sotto il naso del ministro, proprio mentre imperversava il decreto Sicurezza 2.

Davvero il motivo del contendere sarebbe lo sbarco tramite Ong di qualche migliaio di persone l’anno per un Paese di 60 milioni di abitanti? È evidente che stiamo parlando d’altro: ovvero del vettore del salvataggio, ciò che un Di Maio ancora sovranista nel 2018 chiamava “taxi del mare”, i battelli delle organizzazioni umanitarie che spesso issano bandiera non italiana, un pezzo di Europa che ci fa la morale e ci scarica addosso i problemi. E quindi è il senso stesso della solidarietà a essere posto in questione: a chi tocca? Anche il Papa ha detto che gli europei non devono lasciarci soli. Il nuovo governo Meloni tenta, per mano del ministro Piantedosi, di stabilire con la prova di forza di questi giorni un principio su cui è difficile non concordare in astratto: i confini dell’Unione Europea vanno fissati a Lampedusa, non ai valichi alpini dove i poliziotti francesi respingono i migranti passati dall’Italia. Il ministro, che da capo di gabinetto di Salvini ha fatto tesoro degli errori e degli eccessi del leader leghista, appare più cauto nella tattica. Donne, bambini, minori, malati e fragili sbarcano subito, in via “umanitaria”, evitando le maggiori complicazioni giudiziarie. Così, però, i restanti migranti bloccati sulle navi in rada appaiono ancor più simbolici (“sbarchi selettivi”, protesta l’opposizione lasciando riecheggiare nella memoria ben altre selezioni). Sono migranti “economici”, si dice. Ma, a parte l’ambiguità della definizione, chi lo stabilisce prima di una procedura d’accertamento? Chi fissa con una visita di quattro minuti il grado di “vulnerabilità” di un ragazzo fuggito dai lager libici e neppure in grado di spiegarsi senza interprete? In ballo ci sono leggi del mare, trattati internazionali, Costituzione: chi scappa da morte e persecuzioni va accolto, i naufraghi vanno salvati e portati nel primo approdo sicuro che, di tutta evidenza, dal Mediterraneo del Sud non è la Norvegia o la Germania, Paesi di bandiera delle navi Ong. Si può impedire a costoro di chiedere asilo in Italia? E ove mai chiedessero asilo a bordo, potrebbero poi essere trasportati in aereo nei Paesi di bandiera delle navi subito dopo lo sbarco in Italia? Gli sbarchi di ieri sera possono sbloccare lo stallo, non risolvere il problema. L’apertura del porto di Marsiglia alla Ocean Viking, “senza selezioni”, da un lato ci aiuta, dall’altro ci sferza un po’. La nostra croce è da sempre Dublino: il trattato che carica al Paese di primo approdo la gestione del migrante.