di Ivan Cimmarusti e Lina Palmerini
Il Sole 24 Ore, 11 aprile 2026
Bollinato e firmato dal capo dello Stato il disegno di legge varato l’11 febbraio: recepiti i vincoli del Colle. Piantedosi: nel 2025 -37% di sbarchi sul 2022 Un inciso che fa la differenza. Il blocco navale, ossia la temporanea interdizione dell’attraversamento del limite delle acque territoriali nei casi di minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale, potrà essere deciso con delibera del Consiglio dei ministri, su proposta del ministro dell’Interno, soltanto “fatto salvo il rispetto dei trattati e degli accordi internazionali”.
Trattati e accordi che, come si sa, hanno valore costituzionale. La clausola, assente nel testo varato dal Governo l’11 febbraio, è stata introdotta nel disegno di legge sull’immigrazione dopo il passaggio al Quirinale, dove ieri è stato firmato da Mattarella di ritorno da Praga. Del resto, quello dei Trattati è stato un punto dirimente nell’interlocuzione con il Colle che quasi ogni giorno si spende per il rispetto del diritto internazionale e non poteva non farlo osservare anche in un provvedimento che andrà all’esame del Parlamento.
La ragione è quella di evitare applicazioni difformi e rendere chiaro quali siano i vincoli a cui l’Italia è tenuta. Un’aggiunta che quindi segnala l’attenzione al rispetto di accordi sgombrando il campo da ambiguità. Va però detto che la firma di ieri - dopo la bollinatura della Ragioneria dello Stato - è solo l’inizio di un percorso legislativo. Come sempre accade, il via libera definitivo del capo dello Stato c’è al termine dell’esame delle Camere quando il testo viene di nuovo esaminato dagli uffici presidenziali prima dell’entrata in vigore.
Se l’articolato sarà varato dal Parlamento, il blocco navale potrà essere disposto per 30 giorni, prorogabili fino a sei mesi. Misura bandiera del centrodestra, era stata rilanciata giovedì nell’informativa alle Camere dalla premier Giorgia Meloni, che aveva definito “particolarmente realistica” la possibilità di attivare l’interdizione alla luce dell’attuale contesto internazionale. Quattro i casi che, secondo l’articolo 2, qualificano la “minaccia grave”: il rischio concreto di atti di terrorismo o di infiltrazione di terroristi sul territorio nazionale; la pressione migratoria eccezionale tale da compromettere la gestione sicura dei confini; le emergenze sanitarie di rilevanza internazionale; gli eventi internazionali di alto livello che richiedano l’adozione di misure straordinarie di sicurezza.
Non è l’unica modifica apportata rispetto alla versione originaria: è stata anche cancellata la stretta sull’accesso senza autorizzazione dei parlamentari ai centri di permanenza per il rimpatrio. Vano, dunque, il tentativo di consentirla “limitatamente alla facoltà di colloquio con gli stranieri presenti nei centri che ne fanno richiesta”, tentativo che era stato subito contestato dalle opposizioni e in particolare da Riccardo Magi (+Europa), che lo aveva bollato come “gravissimo”.
Per il resto, come anticipato su queste pagine, i 17 articoli del Ddl contengono la delega per l’attuazione del Patto Ue su migrazione e asilo, in vigore dal prossimo giugno, e dei sette relativi regolamenti: rimpatri, accoglienza, qualifiche, procedure, gestione asilo e migrazione, crisi e forza maggiore, accertamenti alle frontiere esterne ed Eurodac. Con una indicazione netta: nel caso di clausole opzionali, si dovrà prediligere l’opzione di maggiore severità. Obiettivo: contrastare “l’abuso di protezione internazionale”.
L’intenzione generale è recepire a pieno titolo nell’ordinamento interno il concetto di “Paese terzo sicuro” mantenendo l’elenco nazionale dei “Paesi di origine sicuri”. Un assist all’operazione Albania. Il via libera del Quirinale arriva mentre Matteo Piantedosi riemerge in pubblico, con addosso ancora l’eco delle rivelazioni dell’ex fidanzata Claudia Conte. E il 174° anniversario della Polizia di Stato, in Piazza del Popolo a Roma, si trasforma subito nel palcoscenico della rivincita politica del titolare del Viminale. Piantedosi rivendica tre anni e mezzo di governo come una stagione di stretta: più controllo sui flussi migratori, più capacità di espulsione, più pressione alle frontiere. I numeri, sostiene, starebbero dalla sua parte. “Siamo riusciti a diminuire gli sbarchi del 37% rispetto al 2022”.
E, a suo dire, anche il 2026 starebbe seguendo la stessa traiettoria: nel primo trimestre dell’anno si sarebbe registrata un’ulteriore flessione di oltre il 40% rispetto ai primi tre mesi del 2024. Il ministro attribuisce una parte di questi risultati anche alla rete diplomatica costruita negli ultimi mesi, citando i rapporti rafforzati con Bangladesh, Pakistan e Costa d’Avorio. Così, il bilancio che consegna è quello di un crollo degli arrivi: “Più che dimezzati, se non crollati del tutto”.
E lo stesso schema, secondo il ministro, varrebbe anche per i rimpatri: aumento superiore al 50% nel 2025 rispetto al 2022, con un’ulteriore crescita del 20% nell’anno in corso. Poi allarga il quadro e chiama in causa l’Europa: “Confido che il nuovo quadro normativo europeo, che riconosce la bontà di soluzioni anticipate con coraggio da questo Governo, dia ancora più forza alle nostre scelte politiche”.











