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di Fabio Tonacci


La Repubblica, 6 luglio 2020

 

La Pietà del Mediterraneo è il corpo scheletrico di un giovane uomo etiope, sorretto da un marinaio siriano. Il diciassettenne Borhan Loukasi è arrivato fin sulla soglia dell'Europa, ma ora non riesce a varcarla con le proprie gambe. Lo devono portare in braccio perché è privo di forze e ha il piede sinistro gonfio, con un osso sporgente fuori posizione.

"Gli hanno spezzato la gamba in Libia, quando l'hanno torturato", dicono gli uomini che hanno fatto la traversata con lui. La Pietà del Mediterraneo è anche quel marinaio siriano, con la tuta blu da motorista, la mascherina anti-Covid e le braccia robuste.

Si chiama Alì Bib e proviene da un luogo, la Siria, dove hanno imparato cosa vuol dire fuggire dall'orrore e vagare verso una terra che si suppone migliore. Alì non deve avere molti anni in più del fardello umano che regge. I due non si conoscono, ma sulle scalette metalliche del mercantile Talia sono diventati fratelli. Alì ha preso di peso Borhan al ponte sei, ha sceso i gradini fino al ponte cinque, poi il quattro, infine lo ha consegnato ai guardiacoste maltesi. Benvenuto in Europa, Borhan. Guardatela questa foto, scattata durante la discesa della compassione.

Gli occhi spalancati nel volto scavato di Borhan. Non è solo paura, è la perdita della speranza, o la sua assenza, la diffidenza persino verso chi ti porge una mano. La foto che pubblichiamo è, dunque, un simbolo.

Interroga la coscienza sporca dell'Europa, che sa perfettamente cosa avviene tutti i giorni nel mezzo del Mediterraneo, ma non trova un modo per fermare l'ecatombe. Rammenta le migliaia di invisibili cui la sorte non concede neanche la dignità di un nome e di una storia: finiscono in fondo al mare, oppure intercettati dalla guardia costiera libica e riportati nei centri di detenzione. Affogati in entrambi i casi. Il Talia, mercantile battente bandiera libanese, venerdì scorso ha salvato Borhan e altri 51 migranti etiopi e sudanesi prelevandoli da un barchino di legno in avaria. Si trovavano nella zona di competenza maltese.

Per proteggerli dal maltempo li hanno sistemati nell'unico spazio libero e riparato: la stiva lercia e nauseabonda dove tengono il bestiame da trasportare. Le pecore, gli agnelli, i tori. Gli esseri umani, quando sono migranti e nessuno li vuole. Il capitano, Mohammed Shaaban, è mortificato. "Non sapevo dove metterli, l'imbarcazione è piccola", spiega a Repubblica.

"Almeno là sotto possiamo tenerli distanziati. Però nessun uomo dovrebbe essere costretto a stare laggiù...". Il governo di Malta si rifiuta di autorizzare lo sbarco. Dopo tre giorni passati a galleggiare davanti alla Valletta, finalmente ieri sono stati concessi due medevac, le evacuazioni per urgenti motivi sanitari. Prima è sceso un diciottenne etiope, poi Borhan. Gli altri restano a bordo, non si sa per quanto ancora. "Porti chiusi fino a quando non avremo rassicurazioni dagli stati membri dell'Ue sulla ricollocazione dei 52 migranti", fanno sapere le autorità di Malta.

La stessa filosofia di Matteo Salvini, quando era ministro dell'Interno. Il mercantile era salpato dalla Libia e stava facendo rotta verso Cartagena. É stato Alarm Phone, l'Ong che raccoglie le chiamate di aiuto, a segnalare venerdì alle 5 della mattina la presenza del barchino.

Era in acqua da quarantotto ore. La partenza era avvenuta due giorni prima dalle coste libiche. Dalla Valletta, dopo il salvataggio, avevano promesso che avrebbero risolto la situazione in fretta, invece lo stallo va avanti da tre giorni. Rimane il giovane Borhan, sorretto dal marinaio Alì. La Pietà in mezzo al mare. Il corpo del reato umanitario, che l'Europa finge di non vedere.