di Claudio Tadicini
Corriere del Mezzogiorno, 14 ottobre 2022
Il malore che accusò mentre raccoglieva pomodori nei campi di Nardò, sotto un sole cocente ed una temperatura che sfiorava i 40°, non gli lasciò scampo. Mohammed Abdullah era un bracciante stagionale. Era del Sudan, sposato e padre di due figli. Uno dei tanti lavoratori extracomunitari che, per 50 euro, si spezzavano la schiena anche per dodici ore al giorno. Spesso in nero, senza sosta né riposo. A volte pure senza acqua per dissetarsi. Accusa e parti civili, in aula, hanno ricostruito la vicenda usando espressioni come “schiavitù moderna” e “mortificazione della persona umana”.
Per la sua morte, avvenuta nel primo pomeriggio del 20 luglio 2015, il pubblico ministero leccese Francesca Miglietta ha invocato complessivi 23 anni di carcere, equamente divisi tra Giuseppe Mariano, 83 anni, di Porto Cesareo, marito della titolare dell’azienda agricola nella quale lavorava la vittima, ed il quarantaduenne sudanese Mohamed Elsalih, ritenuto un mediatore per gli arrivi in Salento dei braccianti. Riduzione in schiavitù ed omicidio colposo i reati di cui sono accusati: per il primo, la pm ha chiesto alla Corte d’Assise di Lecce di condannare ciascun imputato alla pena di 9 anni; per il secondo, invece, sono stati chiesti per entrambi 2 anni e 6 mesi.
Nella sua requisitoria, il magistrato inquirente ha ricostruito i fatti, accusando i due imputati di avere costretto i braccianti a lavorare in condizioni di assoluto sfruttamento e soggezione. Ed anche senza alcuna valutazione medica sul loro stato di salute, che - ad esempio - avrebbe potuto salvare la vita allo sfortunato sudanese, risultato affetto da una polmonite virale che, a causa delle alte temperature e dello sforzo fisico compiuto sotto al sole, avrebbe contribuito a determinare il tragico epilogo.
Mariano e Elsalih, inizialmente, erano accusati di “caporalato” (ossia di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro), ma i dubbi di competenza sollevati dal giudice monocratico portarono l’allora pubblico ministero Paola Guglielmi a formulare un nuovo capo d’imputazione, secondo cui i due avrebbero “ridotto e mantenuto numerosi cittadini extracomunitari, di nazionalità prevalentemente sudanese, in stato di soggezione continuativa, condizione analoga alla schiavitù, costringendoli a prestazioni lavorative nei campi in condizioni di assoluto sfruttamento”. E così il processo fu trasferito ai colleghi della Corte d’Assise.
Oltre ai familiari della vittima, che hanno chiesto un risarcimento di 1,5 milioni di euro, si sono costituiti parte civile Cgil, Cidu (centro internazionale dei diritti umani) e poi “Mutti” e “Conserva Italia”, le due aziende alle quali erano destinati i pomodori raccolti dai lavoratori stagionali. Le arringhe difensive e la sentenza sono previste per il prossimo 10 novembre.
La morte di tutte le vittime dello sfruttamento e dello stesso Mohammed Abdullah sono ricordate con una targa a lui intitolata, inaugurata ad ottobre 2016 presso la Masseria Boncuri, a Nardò, divenuta negli anni simbolo delle battaglie per i diritti sindacali e per la dignità del lavoro dei braccianti stranieri stagionali.










