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di Luciana Cimino

Il Manifesto, 25 agosto 2026

Il quarto morto in pochi mesi a Borgo Mezzanone. Il fratello Nazim e i compagni lo hanno cercato per giorni nelle campagne del foggiano. Lo hanno trovato i carabinieri, cadavere, nel bagagliaio di una delle tante auto abbandonate lungo le strade che collegano i campi di pomodori. Sadam Houssain, bracciante pakistano di 32 anni, è stato ucciso probabilmente la sera in cui è scomparso, il 4 agosto. Lo ipotizzano gli inquirenti, dato che il corpo è stato trovato in avanzato stato di decomposizione. La procura di Foggia ha aperto un fascicolo per omicidio volontario a carico di ignoti. Due le ipotesi al vaglio degli investigatori: una morte sul lavoro (come quella di Satnam Singh a Latina) occultata dai caporali o una vera esecuzione, per aver visto qualcosa o pestato i piedi a qualcuno che gestisce la manovalanza di origine straniera nel periodo della raccolta.

L’auto di Hussein era sulla “pista” di Borgo Mezzanone, il ghetto di braccianti più grande d’Europa che è sorto sul terreno di un ex aeroporto militare. Lui però non viveva lì. In Italia da 5 anni, aveva il permesso di soggiorno per protezione speciale e condivideva con altri connazionali un appartamento a Ippocampo, una frazione della vicina Cerignola. Nonostante la posizione delicata, non aveva trovato un altro lavoro e continuava ad arrangiarsi nella raccolta con il fratello per ripagare il debito che la famiglia aveva contratto per permettere loro di emigrare. Anche il giorno della scomparsa era stato con Nazim nei campi di Borgo Tressanti ma non è mai tornato a casa. Ed è stato lui a riconoscerlo dall’abbigliamento e da un anello con una pietra rossa che portava al dito nel bagagliaio della sua Renault. La macchina con la quale, è una delle ipotesi della procura, accompagnava altri braccianti nelle campagne. “Nazim vuole sapere chi ha ammazzato il fratello - ha detto Arshad, coinquilino della vittima - Sadam era una persona onesta, non ha mai litigato con nessuno”.

Dall’inizio dell’anno a oggi sono già quattro i braccianti morti nella zona di Borgo Mezzanone, dove le temperature al suolo arrivano, durante l’estate, a 60 gradi mentre d’inverno si subisce il freddo tra lamiere e fango. Un “luogo concentrazionario e malsano che questo governo finge di non vedere”, denuncia la Cgil pugliese. I fondi che il Pnrr aveva destinato al superamento dei ghetti informale (200 milioni di euro, di cui 82 per il foggiano) non sono mai stati spesi. L’esecutivo ha preferito restituire 180 milioni anziché utilizzarli per togliere i braccianti dalle condizioni disumane in cui sono costretti a vivere e lavorare, a nero, senza documenti e quindi in balia del ricatto dei datori di lavoro.

“È evidente che dietro ci sia un preciso disegno perché conviene mantenere i lavoratori in semischiavitù”, spiegano dalla Flai Cgil. “La morte di Houssain non può essere archiviata come una tragedia individuale perché riporta al centro le condizioni di migliaia di persone che vivono a Borgo Mezzanone - ha detto al manifesto il segretario pugliese, Antonio Ligorio - non accettiamo più passerelle, né incontri istituzionali privi di risultati”. Anche Confintesa denuncia: “Il contesto in cui quella morte è maturata non ha bisogno di perizie: migliaia di lavoratori agricoli vivono in insediamenti fuori da ogni perimetro di legalità dove un uomo può sparire senza che nulla si muova. Finché l’unica alternativa alla baracca è un’altra baracca, la collaborazione del lavoratore non è una scelta libera: è un atto obbligato per la sopravvivenza”.

Il Sindaco di Manfredonia, Domenico La Marca, nel denunciare l’ennesima morte per schiavismo nel suo territorio ha anche reso noto di aver partecipato, proprio nei giorni scorsi, a un incontro al ministero del Lavoro “per un percorso quinquennale di superamento del ghetto”. Notizia che ha fatto sobbalzare i sindacati che non sono stati convocati. “Si può costruire un percorso credibile senza ascoltare chi quel ghetto lo vive ogni giorno?”, si chiede Logorio. “Cinque anni per superare la baraccopoli, ma non una parola su come farlo e con quali fondi: non è un piano, è un rinvio”. Per la Cgil “bisogna partire da una rivoluzione nelle politiche dei flussi. Ai ministri del Made in Italy, dell’Interno e alla presidente del Consiglio: c’è poco da vantarsi dei nostri prodotti, molti sono sporchi del sangue dei tanti Houssain”