di Simona Musco
Il Dubbio, 3 luglio 2019
Ira di Salvini: "per la criminale tedesca pronta l'espulsione". Carola Rackete è libera: voleva solo salvare delle vite. È quanto ha deciso, dopo diverse ore di camera di consiglio, il gip di Agrigento, Alessandra Vella, che non ha convalidato l'arresto della comandante della Sea Watch 3, escludendo il reato di resistenza e violenza a nave da guerra e ritenendo che il reato di resistenza a pubblico ufficiale sia stato giustificato da una "scriminante" legata all'avere agito "all'adempimento di un dovere", quello di salvare vite umane in mare.
La 31enne tedesca, che ha portato la ong fino al porto di Lampedusa per salvare 42 naufraghi recuperati dalle acque libiche dopo 15 giorni a mollo nel Mediterraneo, può dunque lasciare i domiciliari, dove è rimasta per tre giorni dopo l'arresto. Per il gip, la scelta del porto siciliano non è stata strumentale, ma obbligatoria, in quanto i porti dell Libia e della Tunisia non sono da ritenere porti sicuri. Ma non solo: per il giudice, il decreto Sicurezza bis "non è applicabile alle azioni di salvataggio", in quanto riferibile solo alle condotte degli scafisti.
Per il procuratore Luigi Patronaggio, che aveva chiesto il divieto di dimora nella provincia di Agrigento, la manovra di attracco nel porto di Lampedusa non sarebbe avvenuta in stato di necessità, "perché c'era assistenza medica a bordo". Una richiesta che riguardava soltanto due delle tre accuse: gli atti di resistenza con violenza a nave da guerra - ovvero la motovedetta della Guardia di Finanza che aveva intimato l'alt alla capitana e il concorrente reato di resistenza a pubblico ufficiale. Per il magistrato, quella della Rackete sarebbe stata "una azzardata manovra", valutata come "volontaria", dopo essere stata ripetutamente intimata a fermarsi. E con c'era lo stato di necessità, perché la nave, ha spiegato il procuratore, era già attraccata alla fonda ed aveva ricevuto assistenza tecnica.
La decisione del gip, però, non cambia i piani del ministro Matteo Salvini, che ha già deciso l'espulsione della capitana. "Per la magistratura italiana ignorare le leggi e speronare una motovedetta della Guardia di Finanza non sono motivi sufficienti per andare in galera. Nessun problema: per la comandante criminale Carola Rackete è pronto un provvedimento per rispedirla nel suo Paese perché pericolosa per la sicurezza nazionale". Durante il pomeriggio aveva inoltre invitato "francesi e tedeschi" ad occuparsi "di quello che accade a Berlino e Parigi. Io sono per il carcere".
Ieri, però, è stato lo stesso Patronaggio, in audizione davanti alle Commissioni di Giustizia e Affari costituzionali della Camera, a criticare il Decreto Sicurezza bis, a partire dall'assunto su cui si fonda: non ci sono prove di contatti tra ong e trafficanti di esseri umani. Un dato che emerge dalle indagini condotte dal suo ufficio - e non solo - ma anche dalle statistiche, dal momento che la quantità di sbarchi ad opera di ong è "insignificante".
Tant'è vero, ha sottolineato il magistrato, "che mentre si agitava il caso Sea Watch 3, con 53 persone salvate a largo delle coste libiche, negli stessi giorni arrivavano in silenzio, senza particolare risalto, oltre 200 immigrati con vari mezzi". Sebbene le finalità del decreto sicurezza, laddove vuole inasprire e rendere più efficaci le indagini contro i trafficanti di esseri umani, siano assolutamente condivisibili, ha evidenziato Patronaggio, le criticità si legano all'illecito amministrativo contestato alle attività di soccorso delle ong.
"Prima del decreto sicurezza - ha sottolineato - tali attività erano del tutto lecite e in perfetta linea con il diritto del mare e con le convenzioni internazionali sottoscritte dall'Italia". E per la giurisprudenza di merito, è illegale solo dove si provi - "e finora non è stato provato" - che vi sia un preventivo accordo tra i trafficanti di esseri umani e le ong. Un accordo che, ha spiegato il procuratore, "non deve essere peraltro limitato ad un semplice contatto, ma deve essere rafforzato" e con "un contenuto particolare".
Ma non solo. Patronaggio ha anche ribadito che la Libia non è un porto sicuro, perché tale è solo nel caso in cui "il migrante possa avere garantiti tutti i diritti fondamentali". La zona sar libica non appare efficacemente presidiata dalla Guardia Costiera e funziona soltanto in virtù degli accordi bilaterali Italia-Libia e all'apporto fornito dall'Italia a questa zona, senza i quali "non efficacemente presidiata".
Respingere i migranti verso la Libia, dunque, "è vietato dal diritto internazionale". E una norma di rango primario, com'è il Decreto Sicurezza, "non può comunque essere in contrasto con gli obblighi internazionali". Il "pericolo maggiore" per la sicurezza dell'Italia non sono "i gommoni che arrivano dalla Libia" ma "gli sbarchi fantasma", che rischiano di portare in Italia "soggetti che hanno problemi giudiziari e che, astrattamente, potrebbero essere collegati" a gruppi terroristici o all'Isis. Chi usa tali mezzi, infatti, "è evidente che vuole sottrarsi ai controlli, anche perché va tenuto conto che tra la Sicilia e Tunisi c'è un traghetto due volte a settimana".
Ma oltre a Patronaggio, anche la Sea Watch, assieme ad altre ong, verrà audita oggi dalle Commissioni riunite Affari costituzionali e Giustizia, in materia di ordine e sicurezza pubblica. Un'audizione richiesta dai gruppi Partito Democratico e Misto + Europa e della quale la Lega, con una lettera ai presidenti M5s delle commissioni, ha chiesto l'annullamento. "Da una parte il governo difende l'Italia, dall'altra vengono considerati interlocutori dei fuorilegge che speronano le navi della Guardia di Finanza", ha dichiarato il sottosegretario all'Interno Nicola Molteni. Ferma la replica dei presidenti. "È pieno diritto di ogni gruppo parlamentare" richiedere audizioni.










