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di Michele Gambirasi

Il Manifesto, 30 maggio 2026

Le risposte entro il 18 settembre: tra le presunte violazioni anche l’immunità dei ministri. Il caso è nato da istanze presentate da vittime del boia libico. “Il governo italiano aveva l’obbligo di cooperare con la Corte penale internazionale nell’esecuzione del mandato di arresto emesso contro Osama Almasri? E se sì, questo obbligo è stato violato?”. A chiederselo, tra i tanti, è anche la Corte europea dei diritti dell’uomo, che ieri ha notificato al governo due ricorsi contro l’Italia presentati da due presunte vittime del boia libico, e ha chiesto conto all’esecutivo di quanto accadde a gennaio 2025, quando Almasri fu rimpatriato a Tripoli su un volo di stato nonostante il mandato spiccato nei suoi confronti.

I due ricorsi sono stati presentati negli scorsi mesi ai giudici di Starsburgo da due migranti che hanno raccontato di essere stati prigionieri di Almasri negli ultimi anni. Per questo hanno visto nella decisione italiana una lesione di due dei loro diritti fondamentali sanciti nella Convenzione europea dei diritti dell’uomo: il diritto alla vita (articolo 2), la proibizione della tortura (articolo 3) e della schiavitù (articolo 4). Il primo è un uomo proveniente dal Sud Sudan: fuggito dal paese nel 2018, è arrivato in Libia dove è stato fatto prigionero a Triq al-Sika e poi trasferito nel carcere di Al-Jadida, uno dei centri gestiti da Almasri e dalla milizia “Rada”.

Qui ha raccontato di essere stato torturato, per poi due anni dopo essere stato costretto a unirsi alle bande armate libiche organizzate da Almasri, dove è stato costretto ai lavori forzati e violenze ha assistito a torture e omicidi perpetrati anche dal generale. Nel 2022 poi è riuscito a fuggire, e arrivato in Italia ha ottenuto la protezione internazionale e ha fondato l’associazione “Refugees in Lybia” per denunciare quanto accade dall’altra parte del Mediterraneo anche grazie agli accordi stipulati dai paesi eruopei per “contenere i flussi migratori”, fornendo anche delle prove alla Corte penale internazionale nel procedimento che L’Aja aveva aperto contro Almasri.

Il secondo ricorso, depositato a febbraio di quest’anno, è quasi del tutto analogo. Si tratta di una donna ivoriana di trent’anni, che ha raccontato di essere stata sottoposta a mutilazioni genitali quando aveva quattro anni. Poi il padre adottivo ha abusato di lei per diverso tempo, finché ancora minorenne non ha deciso di fuggire dal paese ed è arrivata in Libia, dove è stata ridotta in schiavitù e ha subito nuove violenze e torture. In alcuni casi, si legge negli atti della corte di Strasburgo, ad abusarla sarebbe stato lo stesso Almasri, descritto come il “direttore del centro di detenzione e capo della polizia paramilitare libica”. È arrivata in Italia nel 2017 e nel 2020 il tribunale di Catania le ha riconosciuto la protezione internazionale. Per i giudici della Cedu il suo racconto “è stato ritenuto credibile e supportato da prove mediche quanto affermato in merito agli abusi sessuali e alle violenze subite”.

La donna, però, tra i comportamenti dell’esecutivo non ha lamentato solo la liberazione di Almasri dal carcere di Torino. Tra le violazioni contestate infatti ci sarebbe anche quella di avere diritto a un giusto processo: sia perchè Almasri non è stato consegnato a L’Aja, ma anche perché a ottobre la Camera ha negato l’autorizzazione a procedere nei confronti dei ministri Nordio e Piantedosi e del sottosegretario Mantovano, indagati dalla procura di Roma per omissione di atti d’ufficio e concorso in peculato e favoreggiamento. Tanto la liberazione di Almasri quanto il voto di Montecitorio, secondo la donna, sono stati una “ingerenza nel suo diritto di accesso a un tribunale”. Le motivazioni addotte in Parlamento, poi, sono descritte come “infondate e sproporzionate” rispetto alle violazioni subite.

Tutte motivazioni per cui i giudici di Strasburgo hanno chiesto lumi all’esecutivo. Quelle avanzate ieri sono domande preliminari, per capire se il governo italiano abbia responsabilità nelle violazioni che gli vengono contestate e per ricostruire i passaggi della vicenda. La Corte ha assegnato al caso una procedura prioritaria, per cui Roma dovrà rispondere entro il 18 settembre. Solo dopo i giudici valuteranno il fascicolo e decideranno se i ricorsi sono ammissibili, entrando nel merito della faccenda. “La decisione della corte di Strasburgo è un fatto che pesa come un macigno sulla propaganda di un governo che parla di legalità ma che, nel caso Almasri, ha consentito a un presunto torturatore accusato di crimini contro l’umanità di sottrarsi alla giustizia internazionale. Meloni, Nordio e Piantedosi devono finalmente dire la verità al Parlamento e agli italiani”, ha commentato il leader di Avs Angelo Bonelli.