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di Vincenzo Nigro


La Repubblica, 11 giugno 2021

 

"La violenza è proibita da noi come qui in Italia. E chi sa deve collaborare". È uno dei diplomatici più apprezzati ed esperti. Deve affrontare la terribile storia di Saman Abbas. "Un possibile atto criminale non è pachistano, italiano, americano o di un'altra nazionalità. È l'atto criminale di chi lo ha commesso". Jauhar Saleem è l'ambasciatore del Pakistan in Italia. È stato ambasciatore in Germania, è uno dei diplomatici più apprezzati ed esperti nel suo ministero. Si trova a dover affrontare una brutta storia di cronaca nera, quella di Saman Abbas. Una storia che ha colpito, che addolora tutta la comunità pachistana in Italia.

"Sono arrivato a Roma un anno fa, in piena pandemia: non ho ancora potuto girare in lungo e largo l'Italia per incontrare le comunità dei 150 mila miei connazionali che vivono nel vostro paese. Ho avuto tanti contatti con loro, molte conferenze video, tante telefonate.... voglio conoscerli...".

 

Anche in queste ore terribili, in questi giorni in cui in Italia il nome del Pakistan è associato al mistero della scomparsa della giovane Saman Abbas?

"Si certo, ancora di più voglio essere vicino ai pachistani in Italia, e per questo ho voluto parlare con voi: per lanciare dei messaggi molto chiari. Il primo è questo: la violenza è proibita dalla legge, dalla morale e dalla religione in Pakistan. Come in Italia. Senza nessun dubbio, senza nessuna incertezza. Da questo deriva che chi sa qualsiasi cosa su questo episodio deve collaborare con le autorità. Deriva che la famiglia deve collaborare. Perché in Pakistan rispettiamo le donne e la legge, e su questo non possono esserci incertezze. Chi usa violenza è contro la legge".

 

Ambasciatore, si è fatto un'idea di cosa possa essere accaduto alla povera Saman? Crede davvero che sia stato possibile organizzare un 'delitto d'onorè contro questa ragazza di 18 anni?

"Non so molto di più di quello che sapete tutti voi leggendo i giornali, e non voglio commentare nulla di una inchiesta penale in corso. Voglio esprimere però un sentimento che è espressione della comunità della diaspora pachistana in Italia, 150 mila persone che lavorano a Milano, Brescia, Napoli, Roma, in Emilia e ovunque nel vostro paese per il benessere delle loro famiglie e della nazione che le ospita".

 

Qual è il sentimento dei suoi connazionali in Italia? C'è qualcuno che può comprendere le ragioni di un eventuale omicidio d'onore?

"Non c'è nessuno che ha alcuna tolleranza per nessun atto criminale. Un possibile atto criminale non è pachistano, italiano, americano o di un'altra nazionalità. È l'atto criminale di chi lo ha commesso, e se è stato commesso all'interno di una famiglia, di una comunità, ebbene tutta quella famiglia deve collaborare alle indagini, perché la legge dal Pakistan e quella dell'Italia sono chiare".

 

Abbiamo notato dalle statistiche che in Italia vivono circa 150 mila pachistani, la cittadinanza di una piccola provincia come Siracusa. Quali sono i caratteri di questa vostra presenza in Italia?

"I miei connazionali sono in Italia ovunque per offrire al vostro Paese i frutti del loro onesto lavoro e per godere di quanto necessario a far prosperare le famiglie che in Italia hanno scelto di vivere. È gente che lavora, nelle fattorie, nelle fabbriche, una comunità sana e rispettosa".

 

Ci sono famiglie che culturalmente potrebbero essere vicine a chi ha commesso un possibile omicidio come quello di Saman?

"Non si può essere vicini a un potenziale omicidio del genere. In Pakistan coesistono culture, modelli religiosi, comunità etniche e linguiste diverse, anche molto disparate. C'è una enorme parte della nostra popolazione, buona parte di quella delle città, che vorrei dire è antropologicamente e culturalmente più vicina a quelle delle vostre città che a quella di alcune regioni pachistane. Ma la verità è questa: in tutti i paesi ci sono atti criminali. Pensate per fare un esempio lontano da noi, a tutti gli assurdi omicidi compiuti in America da chi imbraccia un fucile automatico. Questo non significa che "gli americani", gli abitanti di quel paese o di un altro sono tutti criminali di quel tipo".

 

Certo, un atto criminale non definisce una comunità. Ma eventualmente l'omertà di una famiglia, di una famiglia allargata possono risentire di caratteri negativi presenti in una comunità...

"E per questo io dico che la famiglia deve collaborare, chiunque deve collaborare con le autorità. Non si uccide, lo dice la legge e lo dice la religione. Chi uccide è un criminale, non ci sono ambiguità. Ma invito tutti a guardare con rispetto, con vicinanza a questa comunità pachistana in Italia, che nel vostro Paese ha trovato accoglienza e amicizia. L'integrazione ha bisogno di tempo, di molto tempo. Pensiamo al cammino degli italiani negli Stati Uniti, al lungo percorso che li ha portati ad essere una delle comunità più rilevanti di quella nazione. Quanto tempo c'è voluto... I pachistani in Italia sono impegnati in un viaggio, di fratellanza e integrazione. Sarà lungo, ma sarà un successo".