di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 27 maggio 2026
Ventisei secondi. È il tempo teorico che un grande hotspot da 600 posti mette a disposizione, al giorno, per ciascuna persona ospitata, calcolato sulle ore settimanali dell’operatore sociale previste dallo Schema di capitolato del ministero dell’Interno. Non è il tempo per un colloquio o per una valutazione psicologica. È il tempo totale, comprensivo di burocrazia, emergenze, coordinamento. In questo numero c’è, condensata, la risposta alla domanda se l’Italia riesca davvero a intercettare i sopravvissuti alla tortura che arrivano nel suo sistema di accoglienza. Il rapporto “L’Italia e la riabilitazione delle vittime di tortura”, redatto dalla ReSst- Rete italiana per il supporto alle persone sopravvissute a tortura - in collaborazione con ActionAid, non lascia molto spazio all’ottimismo. L’Italia ha obblighi precisi che derivano dall’articolo 14 della Convenzione Onu contro la tortura: garantire alle vittime i mezzi per una riabilitazione “la più completa possibile”.
Sul piano formale qualcosa esiste: linee guida ministeriali, vademecum, schemi di capitolato. Sul piano reale, il sistema non riesce a vedere chi ha subito torture, non riesce a costruire percorsi di cura e spesso non crea nemmeno le condizioni perché il trauma possa emergere.
Applicando i dati medi della letteratura scientifica agli arrivi del 2025, circa 17.800 persone giunte in Italia avrebbero subito torture o gravi abusi durante il viaggio. Ma le evidenze cliniche parlano di cifre ben più alte: Medici per i diritti umani riferisce che oltre l’80% delle persone migranti assistite negli ultimi nove anni ha dichiarato di aver subito torture o violenze gravi nei paesi di origine o di transito. La Libia, da cui proviene l’88% degli arrivi nei primi mesi del 2025, è teatro di abusi diffusi e sistematici: torture prolungate, detenzioni arbitrarie, violenze sessuali, in un contesto di quasi totale impunità. La Tunisia, secondo Paese di transito, non presenta un quadro migliore.
Il ministero della Salute nel 2017 ha adottato Linee guida specifiche per la riabilitazione delle vittime di tortura. Prevedono équipe multidisciplinari, percorsi specialistici, mediazione linguistica strutturata. Il problema è che le Linee guida sono un atto amministrativo di indirizzo e per produrre effetti concreti devono essere recepite dalle Regioni. Le Regioni che lo hanno fatto sono tre su venti: Lazio, Toscana e Piemonte. Solo il 24,3% degli operatori intervistati per il rapporto ritiene che le Linee guida vengano regolarmente applicate. Il 48,6% dice che sono applicate raramente.
Il sistema che non ha tempo per ascoltare - La struttura portante dell’accoglienza italiana sono i Cas, i Centri di accoglienza straordinaria, nati per rispondere a emergenze temporanee e diventati nel tempo il circuito dominante. I Cas non offrono servizi specialistici e non sono strutturati per gestire situazioni complesse. Chi ha vulnerabilità gravi, incluse le vittime di tortura, dovrebbe transitare nel Sai, il Sistema di accoglienza e integrazione, più articolato. Ma il Sai ha un tasso di occupazione del 97,9%, con 4.725 domande di inserimento rimaste inevase tra il 2023 e novembre 2025. Persone con diritto a una protezione più adeguata lasciate fuori dal circuito.
Nel frattempo, il nuovo Schema di capitolato del marzo 2024 ha eliminato la figura dello psicologo dal personale obbligatorio nei Cas, ricomprendendola nella categoria generica di “operatore sociale”. In molte strutture questo si traduce nell’assenza dello psicologo o in una presenza discontinua affidata a professionisti privi di specializzazione adeguata. Nelle strutture collettive da novecento posti il medico ha meno di trenta secondi al giorno per persona. Nei centri di primo approdo da seicento posti, che dovrebbero essere lo snodo principale per l’identificazione precoce delle vulnerabilità, la mediazione linguistica scende a circa un minuto per persona al giorno.
Il rapporto traduce le dotazioni minime di personale dello Schema di capitolato in un indicatore semplice: i minuti teorici disponibili, al giorno, per ciascuna persona. Passando da strutture piccole a grandi, il tempo disponibile per il medico nei Cas collettivi si riduce fino al 93,8%. Questi non sono valori “subottimali”: sono soglie incompatibili con qualsiasi lavoro di ascolto strutturato. La tortura non si rivela con un segno fisico visibile. Emerge attraverso insonnia, somatizzazioni, crisi d’ansia, ritiro sociale, silenzi. Richiede colloqui ripetuti, fiducia, continuità, riservatezza. Nessuno di questi elementi è strutturalmente garantito. L’effetto è una sotto-rilevazione sistemica: le vulnerabilità complesse restano invisibili fino a un evento critico, spesso non interpretato correttamente perché mancano le competenze specifiche. E spesso lo psicologo non c’è proprio.
Va aggiunta la questione dei fondi sanitari: lo Schema di capitolato prevede un massimo di 500 euro annui per posto contrattualizzato, pari a 1,37 euro al giorno, per prestazioni sanitarie aggiuntive. Una cifra che, in contesti dove la vulnerabilità emerge in modo non lineare, costruisce un disincentivo strutturale a erogare le prestazioni necessarie.
Dentro i Cpr: si entra malati e si esce peggio - Nei Centri di permanenza per il rimpatrio la situazione è ancora più allarmante. Nel 2025 nei Cpr sono transitate 2.565 persone, circa il 43,5% del totale dei trattenuti, tra cui richiedenti asilo. È ragionevole ritenere che vi siano vittime di tortura. Il Consiglio di Stato, con la sentenza n. 7839/2025, ha già annullato parzialmente lo Schema di capitolato per i Cpr per carenze nella tutela della salute e nella prevenzione del rischio suicidario. Il ministero ha aggiornato l’allegato relativo a queste strutture, ma il rapporto ReSst giudica le modifiche insufficienti: mancano protocolli clinici adeguati, raccordi reali con il Servizio sanitario nazionale, dispositivi di screening strutturati.
Le visite condotte tra settembre e dicembre 2025 dal Tavolo asilo e immigrazione descrivono certificazioni mediche basate su moduli prestampati, visite sbrigative in assenza di mediazione culturale, forze dell’ordine presenti nella stanza durante la visita. Il Comitato europeo per la prevenzione della tortura, nel rapporto di fine 2024, aveva già rilevato le stesse criticità: certificati consistenti in brevi dichiarazioni di “adattabilità a un ambiente di sicurezza”, senza valutazione della salute mentale o dei segni di traumi. I rilievi del Garante nazionale dei detenuti coprono lo stesso territorio, nei sopralluoghi anno dopo anno, dal 2019 al 2025: assenza di protocolli per le categorie vulnerabili, mancanza di annotazioni su possibili segni di violenze, cooperazione tra prefetture e Asl rimasta “ovunque inattuata”. Quello che manca, alla radice, è una legge. L’Italia non ha mai adottato una norma primaria che garantisca in modo uniforme il diritto alla riabilitazione delle vittime di tortura. Quello che esiste è un insieme di atti amministrativi e piani progettuali finanziati con fondi europei di natura temporanea. Il risultato è una geografia del diritto: chi vive a Milano, Roma o Firenze può forse accedere a servizi decenti. Chi finisce in una regione che non ha recepito le Linee guida, in un grande Cas, o in un Cpr ha pochissime possibilità di essere riconosciuto come vittima di tortura. E senza riconoscimento, nessuna riabilitazione è possibile.










