di Giansandro Merli
Il Manifesto, 24 luglio 2025
Così per la sentenza possono volerci anche due anni. Il Cpr di Gjader resta appeso ai giudici di pace. Intanto l’1 agosto decisione sui “paesi sicuri”. La causa sulla seconda fase del protocollo Roma-Tirana, che riguarda i trasferimenti dei migranti “irregolari” dal territorio italiano, andrà per le lunghe. La Corte di giustizia Ue non ha accolto la richiesta della Cassazione di applicare la procedura d’urgenza (la comunicazione è dell’8 luglio). In quel caso si sarebbe arrivati a sentenza in tre mesi, così possono volerci anche due anni: nella relazione annuale 2024 dell’organo giudiziario di Lussemburgo si legge che la durata media dei procedimenti è di 17,7 mesi considerando i vari iter (quindi anche quelle più rapidi: d’urgenza o accelerati).
“La Corte ha ritenuto che non ci siano i presupposti per la celerità. La decisione non è motivata, ma tutto lascia credere dipenda dal fatto che le due persone non sono trattenute”, afferma l’avvocata Cristina Durigon. La legale difende i due cittadini stranieri, uno algerino e uno tunisino, che l’11 aprile scorso erano stati trasferiti dal Cpr di Bari a quello di Gjader. Meno di due settimane dopo hanno chiesto asilo e la Corte d’appello di Roma, il 23 aprile, ne ha disposto il rientro in Italia. Il Viminale è ricorso per Cassazione e questa, il 29 maggio, ha passato la palla ai colleghi di Lussemburgo.
Gli ermellini dubitano che il trasferimento extraterritoriale dei migranti “irregolari” e la permanenza di quelli che successivamente chiedono asilo siano compatibili con le direttive rimpatri e procedure. Seguendo questo orientamento la Corte d’appello di Roma, competente sui richiedenti, dispone sistematicamente la liberazione di chi fa domanda di protezione internazionale dietro le sbarre di Gjader. Il funzionamento del Cpr, dove le presenze non sono mai state superiori a 45 e al momento sono 26, è appeso alle proroghe della detenzione decise dai giudici di pace, che sembrano non preoccuparsi del rinvio della Cassazione.
Con l’iter processuale ordinario, quando arriverà la sentenza Ue, la direttiva procedure sarà stata soppiantata dal regolamento introdotto dal Patto Ue migrazione e asilo, in vigore dal giugno 2026. All’articolo 10 ribadisce che i richiedenti protezione hanno il “diritto di rimanere nel territorio dello Stato membro” fino a che “l’autorità accertante non abbia preso una decisione sulla domanda nel corso della procedura amministrativa”. Una formulazione simile a quella dell’attuale direttiva, a cui però aggiunge l’aggettivo “amministrativa”. In generale, la norma riduce alcune garanzie. La questione sollevata dalla Cassazione potrebbe comunque restare in piedi.
Altra storia è quella della direttiva rimpatri: nei prossimi mesi sarà sostituita da un testo diverso proprio sul punto problematico. La Commissione ha già fatto una proposta, ora devono intervenire Europarlamento e Consiglio. Stati e Ue hanno accelerato perché vogliono deportazioni più facili. Tra le innovazioni più apprezzate ci sono i return hubs, centri di rimpatrio costruiti in paesi terzi. Sul tema è stata espressa una forte convergenza l’altro ieri, nel primo vertice informale dei ministri dell’Interno sotto la presidenza di turno danese. In quell’occasione il ministro Matteo Piantedosi ha dichiarato: “I centri per i rimpatri in territorio albanese possono essere considerati dei veri e propri precursori”.
Il Viminale fa di necessità virtù perché in realtà quelle strutture erano nate per tutt’altro scopo: esaminare le domande d’asilo di chi non è mai entrato in Italia secondo le procedure accelerate di frontiera, che complicano l’ottenimento della protezione e permettono il trattenimento. Questo avrebbe dovuto scoraggiare le partenze attraverso un “effetto deterrenza”. La prima fase del progetto Albania era andata a sbattere contro le decisioni dei giudici nazionali che hanno sconfessato le definizioni di “paesi sicuri” generosamente elargite dall’esecutivo agli Stati in testa agli sbarchi, con poca attenzione ai requisiti richiesti dalle norme Ue. Anche questa vicenda è finita davanti alla Corte di giustizia Ue (il 10% dei rinvii pregiudiziali 2024 vengono dai tribunali italiani: 98 su 920 e primo posto in classifica). La sentenza verrà letta in aula il primo agosto: sarà uno spartiacque.











