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di Ileana Sciarra

Il Messaggero, 25 marzo 2025

Cambia l’agenda della premier: riunione con i ministri dopo la trasferta in Francia. Non serve l’ok di Rama per trasformare gli hotspot in veri centri di permanenza. Si gioca d’anticipo. E il Consiglio dei ministri che doveva slittare a lunedì della settimana prossima viene messo in agenda venerdì mattina alle 11, all’indomani del vertice dei “volenterosi” che vedrà Giorgia Meloni volare a Parigi. Il governo dunque ci riprova. E prepara il disco verde a un nuovo decreto, il terzo dopo due andati a vuoto, per aggirare la tagliola dei giudici che finora hanno bocciato i trattenimenti di migranti nei due centri in Albania battenti bandiera italiana. L’obiettivo è riprendere i trasferimenti già dai primi di aprile. Stavolta però non più di migranti intercettati in mezzo al mare, bensì di stranieri presenti in Italia ma su cui pendono provvedimenti di espulsione convalidati dai magistrati.

Il pallino è nelle mani di Palazzo Chigi. E la premier ha deciso di accelerare, forte della sponda europea che ha previsto, nel nuovo sistema per rendere più efficaci i rimpatri degli immigrati irregolari, anche Cpr in paesi terzi, i cosiddetti “return hubs”. Il decreto che il governo si appresta a varare venerdì, come anticipato ieri sulle pagine del Messaggero, potrebbe andare proprio in questa direzione, convertendo una delle due strutture - quella di Gjader - in un Cpr per gli irregolari già presenti in Italia e su cui pende un decreto di espulsione. Bypassando così la convalida dei trattenimenti negata dai giudici tre volte su tre.

Un cambio di rotta non necessariamente definitivo. “Quando a maggio arriverà la sentenza della Corte europea sui Paesi sicuri - spiega un autorevole fonte di governo - nulla vieta di riconvertire il centro per riportarlo all’idea originaria”, sbloccando la possibilità di trattenere in Albania anche i richiedenti asilo.

La convinzione maturata in queste settimane è che per cambiare la carte in tavola, dopo mesi e mesi di stallo, non sia necessario il placet del presidente albanese Edi Rama: “Non serve modificare il Memorandum Roma-Tirana, ma basta cambiare la norma di recepimento e il gioco è fatto”, si dice convinto chi lavora al dossier.

Al momento nel sito di Gjader (in quello di Shengjin è stato allestito solo un hotspot per l’identificazione, senza posti letto) è già presente un Cpr da 144 posti, accanto ad un centro per richiedenti asilo da 880 e un penitenziario da 20. “Quindi per noi - ha spiegato il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi - si tratta solo di attivarlo nei tempi più stretti possibili, visto che c’è un tema di recupero di posti disponibili nei Cpr sul territorio nazionale”. Il riferimento è al numero di Centri per i rimpatri presenti in Italia, ridotti al lumicino in barba all’indicazione di aprirne “almeno uno per regione”, opzione contro la quale si erano scagliati i governatori di centrosinistra. La carenza di Cpr è tale che spesso migranti irregolari destinatari di un provvedimento di espulsione rimangano liberamente in circolazione perché non c’è posto nei Cpr per trattenerli. Da qui l’idea di trasferirli nei centri albanesi, dove potrebbero restare per un massimo di 18 mesi. Risultato? “Due piccioni con una fava”, sintetizzano al Viminale. Perché da un lato si fronteggerebbe la carenza di posti nei Cpr sul territorio, dall’altra si sbloccherebbe l’impasse dei Centri in Albania. Un progetto dal costo di quasi un miliardo di euro per un quinquennio finora rivelatosi un flop, con le due strutture congelate al momento del taglio del nastro. L’opposizione, che ha sempre remato contro il modello Albania, torna sulle barricate. Meloni e Piantedosi, punta il dito la segretaria dem Elly Schlein, “dovrebbero fermarsi e chiedere scusa per aver sperperato così tante risorse pubbliche in un protocollo disumano, che calpesta i diritti fondamentali e che è fallito prima ancora di cominciare”.

“Piantedosi - gli fa eco Matteo Renzi - ammette che la Meloni ha preso in giro gli italiani” e “mette il timbro del ministro dell’Interno nella constatazione del fallimento” del Memorandum Roma-Tirana. Il segretario di Più Europa Riccardo Magi, che con la premier aveva avuto un duro scontro proprio fuori dal centro di Shengjin, davanti agli occhi di un incredulo Rama, si rivolge a Meloni con parole al vetriolo: “Per una volta, non trovi scuse e dica la verità agli italiani: i centri in Albania non hanno funzionato e non funzioneranno”. Non la pensa così la presidente del Consiglio, convinta che questa sarà la volta buona, la chiave di volta per sbloccare i due centri di Gjader e Shengjin. “Ci siamo, non ci fermeranno”, ripete come un mantra ai suoi, con la testa alle grane interne ma anche ai dossier e agli appuntamenti internazionali. Il vertice che l’attende a Parigi anzitutto, ma anche la trasferta a Washington nell’attesa di segnarla in agenda.