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di Daniela Fassini

Avvenire, 14 settembre 2024

Intanto va avanti la stretta del governo sui migranti irregolari: l’ultimo anello di una lunga catena riguarda il cellulare vietato (in realtà la Sim card) per chi non è regolare in Italia. Si tratta di un articolo del provvedimento inserito durante la discussione in commissione, che va a modificare il codice delle comunicazioni elettriche del 2003. “Se il cliente è cittadino di uno Stato non appartenente all’Unione europea, deve essere acquisita copia del titolo di soggiorno di cui è in possesso”. Recita così la norma inserita nel ddl sicurezza, all’esame dell’Aula della Camera. L’articolo 32 in questione nega la possibilità ai cittadini extra Ue di acquistare una scheda Sim per la telefonia mobile in assenza di regolare permesso di soggiorno.

La pena, per il commerciante, è di vedersi chiudere il negozio. Mentre per il cittadino straniero si prevede lo stop a poter stipulare un contratto telefonico fino a due anni. Una disposizione che mira a evitare che si firmi un contratto di telefonia mobile per contro di altri (un possessore di regolare permesso al posto di chi il permesso non lo possiede). Immediata la reazione dell’opposizione: “L’articolo 32 del disegno di legge sicurezza è un concentrato di ipocrisia e razzismo - sottolinea Filiberto Zaratti, capogruppo di Avs nella commissione Affari costituzionali della Camera - Gli immigrati irregolari vengono sfruttati nei nostri campi, nelle nostre aziende ma il governo Meloni vuole togliergli il diritto ad avere una Sim telefonica. Prevedendo ritorsioni anche sull’eventuale rivenditore. Quell’articolo espone l’Italia alla vergogna internazionale, ritiratelo”.

Per Riccardo Magi (Più Europa) una “disposizione incostituzionale” che colpisce “i migranti in attesa di permesso di soggiorno che non ha alcuna giustificazione legata alla sicurezza”. Anche per Laura Boldrini (Pd) “si tratta dell’ennesima discriminazione dopo la norma che manda in carcere le donne incinte o con figli neonati, scritta espressamente per punire le donne Rom, e quella che punisce con la detenzione fino a due anni chi manifestando fa un blocco stradale”. Si avvicina intanto la data “X” per l’apertura dei due centri di prima accoglienza in Albania. Dopo l’ultimo rinvio che fissava al primo agosto la data dell’avvio ufficiale, il 22-23 settembre dovrebbero essere operativi i primi 400 posti - spiega una fonte di governo - avviando così, seppur a capacità ridotte, i due centri di Shengjin a Gjader. L’uso del condizionale è d’obbligo: “è un dossier complicato, ogni giorno ha la sua pena”, confida chi lavora alla mission fortemente voluta dalla premier Giorgia Meloni, volata in Albania a giugno scorso per visionare con i suoi occhi l’andamento dei lavori.

Dalla riunione di giovedì presieduta dal sottosegretario Alfredo Mantovano - al tavolo, oltre ai ministri interessati dal dossier, anche il prefetto di Roma Lamberto Giannini - sarebbe emerso più di un problema per arrivare al via libera del Genio militare italiano. Non ultimo, viene riferito, le piogge incessanti che hanno rallentato l’azienda albanese che doveva posare l’asfalto sull’area destinata all’hotspot sulle colline di Gjader. Le piogge che stanno rallentando i lavori sono tuttavia solo l’ultima grana di una lunga serie. Tanto che c’è chi non nasconde il timore che i tempi possano allungarsi ulteriormente, facendo slittare addirittura a novembre l’apertura dei due hotspot.

Anche se sulla tempistica, il titolare del Viminale conferma: “Stiamo completando gli ultimi lavori, non voglio dare una data precisa, ma credo che siamo veramente agli sgoccioli” ha detto il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi. “Nel giro di pochi giorni o poche settimane potremo iniziare a portare le prime persone lì” ha concluso. Ma anche su questi due centri non si fermano le polemiche.

“L’esperimento albanese potrebbe morire sul nascere” ne è certo Gianfranco Schiavone (Asgi). “Il protocollo tra Italia ed Albania esclude del tutto l’esistenza di misure alternative al trattenimento delle persone che saranno portate in Albania e rinchiuse nei centri per l’esame delle loro domande di asilo - spiega dall’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione - vengono rovesciati completamente i fondamenti del diritto dell’Unione che prevede che i richiedenti possono essere trattenuti soltanto in circostanze eccezionali. Ritengo pertanto che la magistratura chiamata a valutare i provvedimenti di trattenimento nei due centri albanese prenderà atto di un radicale contrasto con il diritto europeo e quindi non potrà convalidare i trattenimenti nei centri”.