di Giansandro Merli
Il Manifesto, 11 febbraio 2025
L’esecutivo studia come superare gli ostacoli sui Centri. Al momento solo ipotesi, come quella di “trasformarli in Cpr”. Un coniglio dal cilindro o la certificazione del fallimento? È su questo margine che si muove il nuovo intervento sui centri in Albania a cui lavora l’esecutivo. L’indiscrezione trapelata sui giornali è confermata da fonti governative: l’idea di trasformarli in Cpr è “una delle ipotesi in campo”. Non semplice, a dirla tutta. Tanto che il vicepremier Antonio Tajani (Fi) a domanda risponde freddo “vedremo”, mentre suoi colleghi di partito invitano ad attendere la sentenza della Corte Ue sui paesi sicuri che arriverà in primavera.
“Politicamente sarebbe una débâcle, la prova che la destinazione con cui Meloni ha immaginato gli accordi con Tirana, la detenzione dei richiedenti asilo durante le procedure di frontiera, non può funzionare”, afferma Riccardo Magi, deputato di +Europa. “Provano a ripiegare realizzando strutture uguali a quelle che ci sono già in Italia, con l’aggiunta che le persone andrebbero spostate da una sponda all’altra dell’Adriatico a nostre spese”, afferma il leader M5S Giuseppe Conte.
Ma prima dei risvolti politici, è l’aspetto tecnico che l’esecutivo deve chiarire. Per farlo ieri a palazzo Chigi si sono riuniti gli uffici legislativi, dopo il vertice di venerdì tra la premier Giorgia Meloni, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e il sottosegretario Alfredo Mantovano. Bozze di decreti, però, non ce ne sono ancora. Né è stato convocato il Consiglio dei ministri. Al momento, dunque, circolano solo ipotesi.
Quella di “trasformare i centri albanesi in Cpr” ha ostacoli di non poco conto. Perché è vero che oltre Adriatico un Cpr già esiste, ma doveva servire per le espulsioni al termine delle procedure accelerate di frontiera là svolte. Nella nuova accezione che trapela da Chigi, invece, le strutture sarebbero destinate alla detenzione dei cittadini stranieri che si trovano in situazione di irregolarità in Italia. Per provare questa strada il governo dovrebbe modificare la legge di ratifica del protocollo, secondo la quale “possono essere condotte [in Albania, ndr] esclusivamente persone imbarcate su mezzi delle autorità italiane all’esterno del mare territoriale della Repubblica o di altri Stati Ue”, e anche il Testo unico sull’immigrazione. Così il centro di Gjader diventerebbe il primo hub di espulsione da un paese terzo. Ma queste strutture al momento sono solo una proposta: attendono il via libera dalla nuova direttiva rimpatri che la Commissione presenterà a marzo. Strada ancora più stretta - a meno di gravi forzature nelle prassi, che rischiano di essere rapidamente scoperte vista la grande attenzione mediatica - è quella di portare in Albania le persone soccorse in mare che non chiedono asilo. Ovvero di far arrivare soggetti già destinatari del provvedimento di espulsione perché non hanno dichiarato di cercare protezione. In Sicilia casi analoghi, che spesso finiscono nel Cpr di Caltanissetta, riguardano soprattutto migranti tunisini, ma sollevano diversi dubbi sulla correttezza dell’informativa d’asilo e la legittimità di tutta la procedura. Ancora più remota appare l’altra idea fatta trapelare dalla maggioranza: cambiare il protocollo e ritirare la giurisdizione italiana. Ma allora a quale scopo sono stati realizzati i centri? Deportare i richiedenti asilo in un paese terzo violerebbe il principio di non respingimento.











