di Marina Lomunno
La Voce e il Tempo, 3 aprile 2026
Sovraffollamento, carenza di personale educativo, medico, di polizia penitenziaria e di attività formative continuano a pesare sul carcere torinese “Lorusso e Cutugno”. Lunedì scorso gli agenti hanno fatto fatica a sedare l’ennesima rivolta in una sezione dove alcuni detenuti hanno appiccato un’incendio nelle celle. Il fatto è accaduto proprio mentre presso la Fabbrica delle “e”, la sede del Gruppo Abele in corso Trapani 91/b, si teneva un’assemblea pubblica sul tema “Cpr istituzioni totali”, a partire dal secondo rapporto di monitoraggio sui Cpr (Centri per il rimpatrio) italiani tra cui quello di Torino in corso Brunelleschi.
Il dossier, a cura del Tavolo Asilo e Immigrazione (Tai) - pubblicato nel gennaio scorso e riferito a dati del 2025 - prende in esame, come ha spiegato uno degli autori, Gianfranco Schiavone, 10 strutture italiane, denunciando “un sistema patogeno che viola i diritti fondamentali e produce sofferenza strutturale. Non una distorsione del sistema, ma un’aberrazione da superare”. Sì perché chi conosce la situazione del Cpr di corso Brunelleschi che Schiavone ha definito “opaca”, non esita ad affermare che in città i luoghi di reclusione, oltre il “Lorusso e Cutugno “ e il carcere minorile “Ferrante Aporti”, siano tre, Cpr compreso.
Nella struttura, che dipende dalla Prefettura e dove dovrebbero stazionare non come detenuti e per massimo 18 mesi (salvo rimpatri) i migranti - trattenuti perché senza documenti o con irregolarità e scadenze dei permessi di soggiorno - in realtà si vive in condizioni simili alla galera, senza azioni positive per l’integrazione una volta usciti. Oltre tutto nei Cpr non è permesso verificare le condizioni dei ristretti perché solo a consiglieri regionali o parlamentari è permesso l’accesso e, con difficoltà agli avvocati degli internati, come è stato evidenziato all’incontro promosso dalla “Rete torinese contro tutti i Cpr” (intitolala a Moussa Balde, giovane guineiano trovato morto nel Cpr torinese nel 2021). Alla rete, nata nel dicembre 2024 per opporsi alla riapertura della struttura di corso Brunelleschi, vi aderiscono 30 realtà torinesi - istituzioni, sindacati enti del Terzo settore - tra cui Circoscrizione 3 nel territorio di corso Brunelleschi, Cgil, Pastorale migranti della diocesi, Gruppo Abele, Acli, Agesci, Gioc, Associazione famiglie accoglienti. L’assemblea - a cui sono intervenuti tra gli altri l’assessore alle Politiche sociali del Comune di Torino Jacopo Rosatelli e Maurizio Veglio avvocato dell’Asgi (Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione) - come ha evidenziato il moderatore, Massimo Candela presidente delle Acli torinesi, rientrava nelle iniziative di sensibilizzazione della società civile sulla situazione critica dei Cpr: non luoghi di attesa per il rimpatrio ma strutture di “detenzione amministrativa” dove per i ristretti il tempo non passa mai e non è proposta alcuna attività culturale, formativa o aggregativa.
Una realtà critica come ha evidenziato Guido Giustetto, presidente dell’Ordine dei Medici di Torino, dove carenze strutturali e di personale anche sanitario hanno fatto registrare solo nell’ultimo mese 29 episodi di autolesionismo, spia di un malessere inaccettabile per una struttura dove vengono fermate persone che non hanno commesso un reato. Perché non è un reato penale non essere in regola con i documenti a meno che le carte siano false. Inoltre Giustetto ha aggiunto che nel Cpr di Torino è un medico legale che certifica l’idoneità all’ingresso della persona straniera ma non sempre il medico legale è attrezzato per diagnosticare altre patologie di cui spesso sono affetti i fermati, dopo estenuanti viaggi nei barconi o lunghe permanenze all’addiaccio.
E poi nei Cpr manca un mediatore culturale, figura chiave per superare le barriere linguistiche: spesso le persone internate si chiedono senza avere risposte adeguate “Perché sono qui?”. “È stato un incontro interessante” commenta Giovanni Belingardi, portavoce dell’Associazione famiglie accoglienti “per evidenziare ancora una volta con voci autorevoli come i Cpr non svolgano le funzioni istituzionali per cui sono stati pensati: il tempo in cui le persone vi stazionano è vuoto se non controproducente, utile solo a certa propaganda politica contro l’immigrazione”.











