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di Mattia Feltri

La Stampa, 12 febbraio 2025

Il fenomeno non è un’emergenza ma un dato strutturale in crescita. In una ricerca diffusa qualche giorno fa, Confcommercio quantifica in 258 mila i lavoratori che nel 2025 alberghi, ristoranti e negozi cercheranno e non troveranno. L’aumento, rispetto al 2024, è del 4 per cento: oltre diecimila lavoratori in più, introvabili, e necessari a mandare avanti l’industria del turismo e della ristorazione. Mancheranno macellai, gastronomi, addetti al pesce, gelatai, barman, cuochi, pizzaioli, camerieri di sala, addetti alle pulizie e al riassetto, ma anche commessi dell’abbigliamento e dipendenti dei supermercati. La causa principale è nel calo demografico. Dal 1982 a oggi, l’Italia ha perso quattro milioni e ottocentomila giovani e giovanissimi compresi nella fascia d’età che va dai quattordici ai trentanove anni.

Non soltanto i giovani sono diminuiti, ma sono anche poco disposti a impiegarsi - stagionalmente e tanto meno stabilmente - in mestieri umili, faticosi, malpagati (l’approccio al lavoro è cambiato: meglio cercare di capirlo che lagnarsene). Un guaio per la crescita di comparti con grandi potenzialità e che può soltanto peggiorare: l’anno prossimo andrà peggio di questo e quello successivo peggio ancora. E fin qui abbiamo parlato soltanto del commercio. Poi ci sono i servizi: badanti e infermieri, innanzitutto, ovvero chi si occupa e si occuperà di noialtri vecchi in una società di vecchi. Non siamo naufraghi in mezzo al mare: in Germania l’età media è di quarantacinque anni e il tasso di fertilità è di 1.46 figli per donna, appena meglio dell’Italia che è all’1.24.

Comunque molto lontano dal 2.1, il tasso di sostituzione sotto il quale comincia il calo demografico. L’Agenzia tedesca per il lavoro stima che alla Germania serviranno 400 mila immigrati all’anno per dieci anni, totale di quattro milioni “per garantire la stabilità economica e sociale”, come riportava ieri il Sole 24Ore. Eppure la campagna elettorale, che culminerà nelle elezioni del 23 febbraio per il rinnovo del Parlamento, insiste nello schema tracciato dal confronto di pochi giorni fa fra Olaf Scholz, cancelliere e leader dei socialdemocratici, e Friedrich Merz, leader dei popolari. Nessuno ha mai preso misure così severe sui migranti e gli effetti si vedono, ha detto Scholz; quelle che prenderò io, ha risposto Merz, lo saranno per davvero. L’uno e l’altro all’inseguimento delle rispettive estreme, Alternative für Deutschland alla destra dei popolari e i sovranisti di sinistra di Sarah Wagenknecht al di là dei socialdemocratici. La gara a chi mena meglio e di più.

La distinzione che si fa sempre in questi casi è fra l’immigrazione clandestina e quella regolare, pianificata, proprio per trovare forza lavoro e contributori fiscali, e infatti erano clandestini quelli ammanettati e fotografati mentre li caricavano su un aereo per essere espulsi. Ma non dagli Stati Uniti di Donald Trump, dall’Inghilterra di Keir Starmer, primo ministro laburista. E tutti regolari sono gli immigrati di Monfalcone che mandano le loro figlie a scuola col niqab, il velo integrale, e per questo hanno suscitato la rabbia di buona parte della destra che ha promesso leggi toste e, se necessario, una bella pulizia. Soltanto che senza gli sgobboni bengalesi i cantieri navali di Monfalcone si fermano. E quando li avete portati in Italia con le quote - ha scritto giustamente Karima Moual - avete spiegato loro che in Italia non si può girare col niqab? Che in Italia esiste la legge degli uomini e non la legge di Dio? Che la religione non coincide con lo Stato e lo Stato è laico?

La severità tedesca, però, si impone nel dibattito pubblico nel momento in cui Alternative für Deutschland ha la soluzione finale: la remigrazione, e cioè la sbrigativa risposta alla sostituzione etnica studiata dalle élite bianche e progressiste (teoria del complotto sostenuta in campagna elettorale anche da Giorgia Meloni). E cioè l’espulsione degli stranieri regolari o irregolari, di prima o seconda o terza generazione, figli del meticciato, chiunque non abbia le credenziali sanguigne per restare in Germania (o in Austria, per dire di un altro posto in cui la remigrazione piace, o in Italia, secondo le aspirazioni di qualche leghista). Si parla di un numero compreso fra i sette e i venticinque milioni di immigrati da buttare fuori dai confini tedeschi.

Più la destra si sposta a destra, più trascina un po’ più a destra la sinistra. E infatti oggi, a parte i deliri della remigrazione, non c’è differenza fra quello che fa Trump e fa Starmer, fra quello che dice Scholz e dice Merz. Fra quello che si dice e si fa a destra e si dice e si fa a sinistra. E succede perché tutti quanti, a destra e a sinistra, hanno lo stesso approccio ansiogeno, quello che si ha davanti a un’emergenza. E non per niente i più la chiamano così: emergenza immigrazione, e le emergenze ammettono soluzioni eccezionali: remigrazioni, rastrellamenti, catene, o almeno gare di spietatezza per solleticare gli elettori. Ma dopo decenni di migrazioni, forse non è più un’emergenza bensì un fenomeno strutturale. Così strutturale - ironiche e magnifiche sorti - che ormai non vogliamo i migranti ma ne abbiamo un disperato bisogno.

Il Rapporto mondiale sulle migrazioni del 2024, presentato dall’Organizzazione mondiale delle migrazioni, calcola in 281 milioni i migranti a livello globale, a cui si devono aggiungere 117 milioni di persone in movimento per sfuggire a guerre o persecuzioni o carestie. Totale, 398 milioni di persone. Cinquanta milioni più dell’intera popolazione degli Stati Uniti, cinquanta milioni in meno dell’intera popolazione dell’Unione europea. I 117 milioni di migranti in movimento e in fuga, segnala l’Organizzazione, rappresentano il numero più alto mai registrato. Ma un altro numero ancora mi pare renda bene l’idea: dal 2000 al 2022, le rimesse dei migranti, ossia i soldi che hanno mandato a casa, sono passate da 128 a 831 miliardi di dollari. E cioè: sono più i soldi che i migranti spediscono nei loro paesi di quelli investiti in cooperazione internazionale per incrementare il prodotto interno lordo dei paesi in via di sviluppo.

Migrare dunque è un’attività umana diventata costante, per necessità o per possibilità. L’uomo è sempre stato un migrante ma mai con l’intensità e la facilità (relativa, perché migrare mette a rischio la vita) di oggi. La globalizzazione non ha aperto e rimpicciolito il mondo solo alle merci, ma anche agli uomini. Chiamare tutto questo emergenza, significa non avere compreso che non finirà. Significa, soprattutto, non avere in animo di prendere contromisure ponderate e solide, e infatti si pencola fra l’assurdo dei porti chiusi e l’assurdo dei porti aperti: fuori tutti, tutti dentro.

Lunedì, Milena Gabanelli ha rielaborato le previsioni dell’Onu sulla popolazione mondiale da qui a fine secolo. Attualmente siamo 8 miliardi e 200 milioni. Nel 2080 raggiungeremo il picco a 10 miliardi e 300 milioni. Poi comincerà la discesa. Nel frattempo la discesa è cominciata in alcune parti del mondo: in Europa, lo sappiamo bene, ma anche in Cina dove il tasso di fertilità è drammaticamente all’1.18, peggio dell’Italia. Oggi la Cina ha 1 miliardo e 400 milioni di abitanti, a fine secolo ne avrà meno della metà. L’India resterà in crescita demografica fino al 2060. In Sudamerica l’inversione arriverà poco prima. Se la popolazione mondiale salirà di altri due miliardi, lo si dovrà essenzialmente all’Africa subsahariana che oggi ha un miliardo e 300 mila abitanti, e a fine secolo saranno 3 miliardi e 300 milioni. Insomma: il bello per noi deve ancor venire. E se - invece di rafforzare la cooperazione, invece di far entrare quanti più migranti è possibile e indispensabile, invece di impegnare piani e progetti e politica - continueremo a spandere scemenze complottarde e soluzioni esoteriche, presto o tardi, i migranti l’Italia se la prenderanno, con le buone o con le cattive.