di Giansandro Merli
Il Manifesto, 17 settembre 2025
Vogliamo scrivere la storia del Mediterraneo. Quella di vittime e testimoni. A Gaza si uccidono i giornalisti, in mare si mandano via soccorritori che mostrano cosa accade. Luca Casarini, capomissione di Mediterranea: come parteciperete all’incontro dei movimenti popolari interno al Giubileo? Già dai tempi di Papa Francesco Mediterranea ha sostenuto questa Assemblea permanente dei movimenti popolari delle tre T: terra, tetto e trabajo (lavoro, ndr). Nella prima fase di criminalizzazione di Mediterranea Bergoglio ha voluto che la nostra organizzazione entrasse nel coordinamento di questa rete. Dentro ho ritrovato tanti, come i Sem terra brasiliani, che avevo conosciuto ai tempi del Forum di Porto Alegre. Così, soprattutto insieme a Don Mattia, abbiamo lavorato su questo percorso.
Come può facilitare la mobilitazione sulle migrazioni la presenza di attivisti da vari paesi africani?
Questo è fondamentale. Ma non verranno solo attivisti, dall’Africa ci saranno anche i vescovi. Spesso dicono che la Chiesa in Africa è rappresentata da chi è contrario all’emigrazione. Nessuno può essere a favore del fatto che la gente sia costretta a emigrare per sopravvivere. Qui non ci sono tifosi delle migrazioni. Sarebbe folle. Noi vogliamo creare reti di sostegno alle persone che restano e reti di sostegno alle persone in movimento. Dobbiamo trasformare ogni nostra casa, anche se è una parrocchia, in un rifugio: le presenze africane, di chiesa e di movimento, sono fondamentali. Sta già succedendo negli Usa. Dobbiamo farlo anche nel Mediterraneo.
Andiamo in quel mare. Avete presentato un esposto sostenendo che i miliziani che hanno lanciato tra le onde 10 persone vicino alla vostra nave, nell’ultima missione, sono inseriti nel ministero della difesa di Tripoli. Su che base?
Li abbiamo subito identificati per le modalità di azione. Gente addestrata, in mimetica, con passamontagna e armi. Abbiamo riconosciuto la stessa imbarcazione che, insieme ad altre, ci aveva intimato di andarcene alcune ore prima. Poi un lavoro pregevole è stato fatto dall’inviata di Repubblica a bordo, Alessia Candito. Attraverso le toppe sulle tute mimetiche ritratte nelle foto è venuto fuori che quegli uomini appartengono alla centoundicesima brigata di Zawyia. Erano tornati proprio lì, come visto nei radar. Quel battaglione appartiene alla Difesa.
Cosa vi aspettate dall’esposto considerando che il governo italiano nel caso Almasri non ha rispettato un mandato della Corte penale internazionale?
Non molto, ma vogliamo continuare a scrivere la storia del Mediterraneo per quella che è. Non la storia dei vincitori, ma quella di vittime e testimoni. A Gaza si uccidono i giornalisti, in mare si mandano via navi da soccorso e aerei civili che mostrano cosa accade.
In un’integrazione all’esposto affermate che la dinamica di quanto accaduto quella notte è “peculiare”, è ancora “più preoccupante” del solito. In che senso?
Non siamo investigatori né giudici ma vediamo due ipotesi plausibili. La prima è che volevano allontanarci da lì perché doveva succedere qualcosa. Se avessero solo voluto scoraggiare il soccorso sarebbe bastato affiancarci. Sappiamo che nella zona del pattugliamento ci sono traffici di petrolio, armi, droga ed esseri umani. La seconda ipotesi è che proveranno a criminalizzarci dicendo che siamo complici degli scafisti. Noi con questo esposto affermiamo che gli unici rapporti veri gli scafisti li hanno con il governo italiano e i suoi servizi segreti. Il tentativo di criminalizzare le ong è di lunga data, ma per Mediterranea si intreccia anche al caso dello spyware Paragon installato nei nostri telefoni e mai chiarito del tutto. Il tentativo sarebbe particolarmente grave se ci fosse una montatura internazionale, anche dal lato libico, che desse modo a Tripoli di intervenire in acque internazionali per un presunto reato che ha origine nel suo territorio. Perché questo metterebbe in pericolo la protezione garantita dalle bandiere delle nostre navi portando a un innalzamento dei rischi senza precedenti.
Innalzamento già registrato negli spari libici contro Ocean Viking. Perché il governo non ha detto nulla?
Spero non dipenda dalla volontà di legittimare uno scontro militare. Quel giorno hanno sparato per uccidere, ma non c’è stata nessuna reazione. In un caso meno grave che ha riguardato noi, Piantedosi ha riferito in Aula facendo la difesa d’ufficio della sedicente guardia costiera di Tripoli ma due giorni dopo l’ambasciatore italiano in Libia ha convocato l’ammiraglio della marina chiedendo di evitare ulteriori incidenti. Per Ocean Viking non è successo nulla. Spero che il governo Meloni non voglia legittimare la trasformazione della zona di ricerca e soccorso che la Libia si è attribuita in una zona franca dove vale qualsiasi cosa.











