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di Alessia Candito

La Repubblica, 7 febbraio 2023

Il drammatico racconto di una mamma tunisina: “Sulle loro tombe ho promesso che continuerò a cercare i dispersi e chiedere giustizia”. Nel 2022 sulla rotta per la Sicilia 1.400 vittime Quest’anno sono già 66. Ho fatto una promessa ai miei figli, la mia lotta non finisce qui. Continuerò a combattere per conoscere la sorte degli scomparsi in mare, per la giustizia. Migrare è un diritto, non un crimine”. La sua voce arriva sporcata dal fruscio di un vecchio altoparlante che combatte contro il vento rumoroso e gelido che spazza la serata palermitana. Il dolore che traspare dal suo videomessaggio, invece è nitido. Jamila è una delle tante madri di Zarzis che piangono figli che il mare ha divorato.

Vittime di frontiere diventate tagliole che dal 2019 ogni 6 febbraio vengono ricordate sulle due sponde del Mediterraneo e nel resto d’Europa. Anche la Sicilia, con mobilitazioni a Palermo, Messina, Lampedusa, si è unita alla rete del ricordo, che non vuole essere semplice memoria, spiegano gli attivisti palermitani, ma è battaglia per “esigere verità, giustizia e riparazione per le persone morte e disperse alle frontiere e per le loro famiglie”.

E in Sicilia, approdo sperato lungo la rotta del Mediterraneo centrale, lo sguardo è inevitabilmente rivolto al mare, negli ultimi anni teatro di una strage senza fine. Solo nel 2022, lungo le traiettorie che da Libia e Tunisia puntano alla Sicilia sono morte più di 1.400 persone, già 66 nei primi trentatré giorni del 2023. Due ogni ventiquattro ore. Numeri da capogiro. Ma si tratta solo delle vittime di cui si ha notizia. Nel Mediterraneo svuotato di navi di soccorso dal nuovo decreto Piantedosi, rischiano di essere decine, se non centinaia i lutti di cui non si ha nemmeno cognizione.

Jamila ha perso i suoi ragazzi nel naufragio del 30 novembre del 2019. “Hedi quando è morto aveva 23 anni - racconta - Mehdi venti”. L’ultima cosa che ha saputo di loro è che stavano per partire. Poi più nulla. “Abbiamo passato sei mesi a cercarli, senza riuscire notizie. Dopo sei mesi siamo riusciti a trovare delle foto in cui si vedevano i tatuaggi dei miei ragazzi”. Per riportare le salme a casa, racconta Jamila, ci sono voluti altri due anni. Di documenti, battaglie legali, burocrazia.

Fondamentale è stato il ruolo della rete a trazione siciliana che dal 2022 si è costituita in Mem.Med, ma da anni opera sulle spalle di singole associazioni: Borderline Sicilia, Cledu Palermo, Carovane Migranti, LasciateCIEntrare, Rete Antirazzista Catanese e Watch the Med alarmphone. Un progetto nato sul campo, per cercare e identificare i dispersi in mare, dare un’identità e una storia a quelle che troppo spesso sono tombe senza nome, supportare le famiglie rimaste sulla sponda Sud e magari restituire loro almeno una salma da piangere, testimoniare violenze e tragedie che nel Mediterraneo sono cronaca quotidiana.

“Continuerò a cercare i dispersi in mare, a stare vicino alle loro famiglie”, dice Jamila, che ieri, insieme a madri, parenti, amici di chi è morto in mare, era sulla spiaggia di Zarzis per salutare i suoi ragazzi con una rosa piantata nella sabbia. “A tutte le madri, a tutte le donne dico “fatevi coraggio”. Noi continueremo a combattere”, promette.

E da Palermo si ricorda che le frontiere divorano a mare, come a terra, “continuano a frapporsi in maniera violenta e mortale tra le persone che arrivano in Italia e l’ottenimento di una vita dignitosa”. E sono “in hotspot, e diventano mortali quando vengono negate cure mediche di emergenza”, come successo a Lampedusa, sono “nei luoghi di detenzione, nelle carceri e nei centri per il rimpatrio, o cpr”, dove c’è chi pur di fuggire si toglie la vita. Tutte vittime “di politiche migratorie omicide che durano da decenni”, dicono gli attivisti palermitani. “Sono sorelle, fratelli, figlie, amici di tante e tanti qui oggi, in Sicilia e nel mondo, e per loro esigiamo verità, giustizia e riparazione”.