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di Mario Di Vito

Il Manifesto, 27 marzo 2025

Una velina su carta intestata del Viminale ha coinvolto l’Aise a maggio del 2024. Pronta una nuova denuncia: “Abuso di potere per intimidirci”. L’ong Mediterranea è un problema di sicurezza nazionale. Solo così si spiega perché l’Aise (l’Agenzia informazioni e sicurezza esterna) abbia tenuto sotto controllo i suoi attivisti attraverso l’uso dello spyware Graphite dell’azienda israeliana Paragon Solutions, come confermato dal sottosegretario Alfredo Mantovano martedì pomeriggio davanti al Copasir. Un’ammissione che segue quelle fornite a febbraio, sempre davanti al comitato parlamentare di controllo sul loro operato, dai direttori di Aisi e Aise: il software è a disposizione e viene utilizzato. Ma sempre in maniera “lecita” e senza mai prendere di mira i soggetti tutelati dalla legge 124 del 2007. Ovvero i giornalisti. Ma non, ad esempio, gli esponenti delle ong. Da qui se in qualche maniera si chiarisce l’aspetto della vicenda che riguarda Mediterranea, continua a restare in sospeso l’altro filone, quello del direttore di Fanpage Francesco Cancellato, pure lui oggetto di attacchi tramite spyware.

Ad ogni modo, l’attività di controllo sull’ong da parte dei servizi sarebbe cominciata il 6 maggio del 2024, quando, su carta intestata del Viminale, l’Aise ha ricevuto una velina intitolata “Ong Mediterranea Saving Humans - Attività di agevolazione degli spostamenti di migranti clandestini sul territorio nazionale”. Si trattava di materiale proveniente da un’indagine, abbandonata per mancanza di riscontri, della procura distrettuale di Palermo per “associazione a delinquere nel reato di immigrazione clandestina”. Tra i coinvolti c’erano “soggetti del mondo istituzionale ed ecclesiastico che notoriamente condividono le posizioni delle ong in merito alla gestione dei flussi migratori”. Gran parte degli approfondimenti erano stati fatti sul portavoce della ong Refugees in Lybia David Yambio, che tra le altre cose è anche uno dei testimoni della procura della Corte penale internazionale contro Osama Elmasry, il capo della polizia giudiziaria di Tripoli arrestato a Torino il 19 gennaio e liberato nel giro di 48 ore scarse. Ricevuta l’informazione dalla polizia, l’Aise avrebbe poi regolarmente chiesto al procuratore generale della Corte d’appello di Roma Giuseppe Amato l’autorizzazione ad effettuare delle intercettazioni in via preventiva, non utilizzabili in un’inchiesta giudiziaria. Ed è così che sarebbe cominciato il caso Paragon.

“È stata smascherata a livello mondiale una operazione segreta, degna di un regime”, si legge in una nota diffusa ieri da Mediterranea, che conta al suo interno almeno tre persone attaccate con lo spyware: il portavoce Luca Casarini, l’armatore Beppe Caccia e il cappellano di bordo Mattia Ferrari. “Il sottosegretario Mantovano è la mente che ha ispirato e guidato le attività di spionaggio contro di noi - sostiene Mediterranea -. Tenta di coprirsi attraverso l’alibi della legge. Ma per autorizzare una attività del genere senza violare la Costituzione devono esserci fondati motivi. Cinque procure stanno indagando, e noi confidiamo sul fatto che qualcuno abbia il coraggio di andare fino in fondo e dimostrare, come risulta palese, che questo è un abuso di potere, non altro”.

Al lavoro, coordinate dalla Dna, ci sono gli inquirenti di Roma, Bologna, Napoli, Palermo e Venezia, destinatari di altrettanti esposti nelle ultime settimane. Un’altra se ne aggiungerà a breve, ancora a parte di Mediterranea, proprio per abuso di potere. Al momento, l’attività investigativa consiste soprattutto nella raccolta di informazioni utili, mentre si studia l’ipotesi di assegnare una maxi perizia sui dispositivi attaccati con gli spyware. Sin qui il lavoro tecnico l’ha fatto tutto il Citizen Lab dell’Università di Toronto, che ha ricostruito nel dettaglio la dinamica delle infiltrazioni nei vari dispositivi e ha già concluso che, in Italia e non solo, questi trattamenti vengono riservati quasi esclusivamente ad organizzazioni che si occupano dei migranti e dei loro diritti.

“Si tratta di materiali utili solo a costruire dossier e schedature scambiabili con i propri partner criminali in cambio magari di qualcos’altro - conclude Mediterranea. Sappiamo che questo è un messaggio di intimidazione per tante persone migranti e rifugiate, per noi e per le nostre famiglie”.