di Marco Bresolin e Eleonora Camilli
La Stampa, 25 aprile 2025
Dopo l’ispezione in quattro strutture, evidenziata la mancanza di un regime di attività, l’approccio sproporzionato alla sicurezza, la qualità variabile dell’assistenza sanitaria e la mancanza di trasparenza nella gestione da parte di fornitori privati. Le condizioni dei Cpr italiani “sollevano interrogativi sull’applicazione di tale modello da parte dell’Italia in un contesto extraterritoriale, in particolare in Albania”, dove il governo ha deciso di riconvertire i centri inizialmente destinati all’esame delle domande dei richiedenti asilo. È l’allarme lanciato nel rapporto annuale del comitato anti-tortura del Consiglio d’Europa, che torna sulla situazione dei Centri per il rimpatrio dei migranti dopo il report diffuso a dicembre che aveva scatenato la reazione irritata del governo.
Alla luce delle ispezioni effettuate nell’aprile scorso in quattro Cpr (quello di via Corelli a Milano, quello di Gradisca d’Isonzo, quello di Palazzo San Gervasio a Potenza e quello di Ponte Galeria a Roma), gli esperti dell’istituzione che ha sede a Strasburgo criticano le “pessime condizioni materiali, la mancanza di un regime di attività, l’approccio sproporzionato alla sicurezza, la qualità variabile dell’assistenza sanitaria e la mancanza di trasparenza nella gestione da parte di fornitori privati”.
Nello specifico, vengono denunciati “diversi casi di maltrattamenti fisici e un ricorso eccessivo alla forza da parte del personale di polizia” nei confronti delle persone detenute, oltre alla “diffusa pratica di somministrazione regolare di psicofarmaci senza prescrizione medica” nel centro di Potenza, così come “l’ammanettamento prolungato durante i trasferimenti verso i Cpr”.
Il comitato chiede inoltre di “rivedere la configurazione dei Cpr”, sia per quanto riguarda le condizioni di detenzione, sia per “gli aspetti carcerari”, come le sbarre alle finestre. Nel rapporto, più in generale, si sottolineano “i gravi problemi” del sistema penitenziario italiano, citando - tra gli altri - il sovraffollamento, l’applicazione del regime di detenzione, la violenza e le relazioni col personale penitenziario. “L’aumento dei suicidi tra i detenuti e il personale - segnala il rapporto - è un sintomo acuto di questa crisi”.
In questo quadro il presidente del Comitato per la tortura Alan Mitchell e il segretario esecutivo Hugh Chetwynd non escludono di far visita anche nel cpr albanese. Attualmente i centri per il rimpatrio attivi in Italia sono dieci, a cui si aggiunge la struttura di Gjader neo riconvertita per il trattenimento degli irregolari. “Il Comitato europeo è giustamente preoccupato per le condizioni dei centri - sottolinea Gianfranco Schiavone, membro dell’Associazione studi giuridici per l’immigrazione -. Tutte le caratteristiche di degrado che abbiamo sempre denunciato in Italia si amplificano in un luogo lontano, dove è impossibile per un avvocato recarsi e per un familiare fare una visita, così come per le associazioni entrare senza la presenza dei parlamentari”.
Per questo il Tavolo asilo, che racchiude tutte le principali associazioni che si occupano di migrazione in Italia, sta progettando nuove visite per monitorare il protocollo con Tirana. Che anche nella nuova veste di Cpr presenta non poche criticità. Un solo migrante, un venditore di rose, è stato ad oggi rimpatriato. Ma con un volo partito dall’Italia. Un altro migrante ha invece chiesto asilo sul suolo albanese. Anche lui è stato riportato indietro e una volta a Bari rimesso in libertà dato il suo status di richiedente protezione. “Questa decisione del giudice è corretta - aggiunge Schiavone. E potrebbe rimettere tutto in discussione”.
Intanto anche nel nostro paese continuano le denunce per la situazione dei cpr italiani. Secondo Amnesty International le condizioni delle strutture non sono conformi alle norme e agli standard internazionali. E non rispettano la dignità umana: luoghi “restrittivi, spogli e carenti” da tutti i punti di vista, non solo igienico sanitari.











