di Albertina Sanchioni
Il Manifesto, 24 settembre 2025
L’azione promossa presso la Corte Penale Internazionale. “Vogliamo accertare le responsabilità politiche e giuridiche del governo italiano nell’attacco alla Ocean Viking dello scorso agosto”: Bianca Piscolla, giurista e membro della giunta nazionale dei Radicali italiani, motiva così la denuncia che il suo partito presenterà oggi alla Corte penale internazionale (Cpi). L’obiettivo è spingere il tribunale dell’Aia a indagare sulle violazioni dei diritti umani che sarebbero state commesse indirettamente dalla presidente del Consiglio Meloni e dai ministri Piantedosi, Nordio, Tajani e Salvini, avendo fornito mezzi, fondi e motovedette alla cosiddetta Guardia costiera libica.
Che si macchia di gravi crimini contro migranti e rifugiati in territorio libico e in acque internazionali. Proprio una motovedetta classe Corrubia, consegnata da Roma a Tripoli nel 2023 nell’ambito del programma di “gestione integrata delle frontiere”, è quella da cui sono partiti oltre cento colpi di arma da fuoco contro la nave di Sos Mediterranée, mettendo in pericolo l’equipaggio e gli 87 migranti a bordo, tra cui donne e minori. L’Ocean Viking, inoltre, batte bandiera norvegese: per questo viene recriminato un attacco di fatto contro la Norvegia stessa. La complicità italiana, secondo i Radicali, si estende anche al caso Almasri: nonostante un mandato di arresto della stessa Cpi, il cittadino libico è stato rimpatriato con un volo di Stato lo scorso 21 gennaio. “Per noi questa denuncia è fondamentale - continua Piscolla - sia dal punto di vista legale che politico: vogliamo un’assunzione di responsabilità da parte del governo italiano. E vogliamo ridare credibilità e importanza agli organi internazionali che la stanno perdendo. In primis la Corte penale internazionale”.
Il reato ipotizzato è quello di crimini contro l’umanità, secondo quanto previsto dallo Statuto di Roma. Fornendo motovedette e finanziamenti alla Libia, il governo italiano avrebbe agito in dolo eventuale: accettando cioè il rischio che con quei mezzi venissero commesse violazioni dei diritti umani contro chi cerca di raggiungere l’Europa via terra e via mare. I fondi inviati dalla Farnesina contribuiscono anche a mantenere in funzione i centri di detenzione libici. Luoghi di torture, violenze, stupri e sfruttamento: lo dicono le testimonianze di chi è riuscito a uscire vivo da quei centri, come molti attivisti di Refugees in Libya, e lo ha dichiarato a più riprese anche l’Unsmil, la missione delle Nazioni unite nel paese. “È ora di superare la logica populista e xenofoba delle destre europee, che criminalizza chi migra e chi salva vite in mare. L’obiettivo principale è riaprire il dibattito pubblico: accettiamo veramente che vengano commessi crimini contro l’umanità a patto che non vengano fatte partire persone disperate verso l’Europa?” ha concluso Piscolla. Sarà ora il procuratore della Corte, il britannico Karim Ahmad Khan, a valutare se sussistono gli elementi necessari a giustificare l’inizio delle indagini.
Il governo italiano ha tempo fino al 2 novembre per chiedere modifiche o abrogazioni del Memorandum Italia-Libia, firmato nel 2017 dal governo Gentiloni. In caso di inazione, il patto si rinnoverà in automatico per altri tre anni. Refugees in Libya ha convocato una manifestazione il prossimo 18 ottobre a Roma, dalle 14 in Piazza Santi Apostoli, per chiedere lo stop all’accordo che ha contribuito a rendere il Mediterraneo un luogo di morte.










