di Alice Dominese
Il Domani, 7 luglio 2026
In base alla nuova normativa l’accertamento sanitario e lo screening biometrico diventano vincolanti per entrare negli stati membri: meri dispositivi burocratici a cui la persona migrante non può sottrarsi. Due circolari del Viminale dimostrano come la sicurezza prevalga su diritto alla salute e consenso informato. Visite mediche in questura o in telemedicina, svolte anche da personale non specialista e dalle forze dell’ordine: è questa la procedura di screening sanitario che attende le persone migranti che entrano in Italia. Con il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, la loro salute passa ancora una volta in secondo piano e diventa uno strumento di controllo amministrativo. L’obiettivo? Semplificare le visite sanitarie per accelerare il processo di smistamento dei cittadini stranieri verso il rimpatrio.
Mentre a giugno il patto veniva adottato, il ministero dell’Interno ha chiesto alle regioni di definire protocolli operativi per attuare il regolamento Ue sullo screening della salute fisica e mentale di chi migra. Questa procedura deve essere completata entro sette giorni se la persona viene fermata sul confine, entro tre giorni se invece viene fermata sul territorio nazionale. Poi con un decreto legge ha dato istruzione di fare “preferibilmente” in modo che “il personale sanitario” si rechi “presso gli uffici di polizia” per effettuare le visite, ricorrendo se necessario anche alla telemedicina.
Quelli indicati dal ministero però non sono spazi di cura e non sono adatti allo svolgimento di una visita medica. Regolamento rimpatri e “mandato potenziato” di Frontex, la consulente dell’agenzia: “Non siamo come l’Ice” “Sottoporre persone portatrici di condizioni psicologiche e fisiche complesse a screening sanitari in luoghi di pubblica sicurezza, senza l’intervento di professionisti con competenze mediche precise, elimina tutte le condizioni di partenza necessarie per valutare se sono vittime di tratta, tortura o stupro”, spiega a Domani Eva Pinna, coordinatrice medica dell’organizzazione Medici del Mondo.
Così sulla tutela della salute e della privacy di chi ha un background migratorio prevale l’approccio securitario. Medici Senza Frontiere, Emergency, l’Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione e altre organizzazioni sanitarie e umanitarie, che hanno rivolto un appello al ministero contro la securitizzazione della cura, denunciano che l’assistenza sanitaria a cui hanno diritto le persone migranti rischia di diventare soltanto un atto formale, privato della sua funzione terapeutica.
Atti medici come procedure burocratiche senza consenso Rifiutarsi di sottoporsi a queste visite può avere conseguenze sulle procedure di ingresso nel territorio nazionale e sulla domanda di asilo. In base alla nuova normativa l’accertamento sanitario e lo screening biometrico diventano vincolanti per entrare negli Stati membri, senza riguardo per il consenso informato dei cittadini stranieri. In questo modo, dicono le associazioni, “il consenso cessa di essere “libero” e l’atto medico viene ridotto a un mero dispositivo burocratico a cui la persona migrante non può sottrarsi, violando l’autonomia del paziente e dello stesso professionista, nonché la dignità di entrambi”. Il decreto legge introdotto dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi il 12 giugno prevede che anche chi è già presente sul territorio italiano possa essere sottoposto a questo tipo di screening.
È sufficiente il “rischio di fuga” attribuito a chi, per esempio, non è in possesso di un passaporto o è senza un alloggio, con l’effetto di aumentare la sorveglianza e la profilazione etnica e razziale nei confronti di minoranze e di persone di origine straniera. Strada (Pd): “Il Patto Ue apre una stagione inquietante. La Commissione usa il linguaggio della paura” Intanto le regioni cercano di allinearsi alle direttive ministeriali. Per garantire una copertura degli screening 24 ore su 24, 7 giorni su 7, la Direzione generale Welfare di Regione Lombardia ha stabilito che “la visita può essere effettuata da un medico anche non specialista”, incentivando il reclutamento di liberi professionisti a gettone.
Se mancano, gli esperti potranno essere sostituiti da operatori di polizia o da soggetti terzi, come l’Agenzia dell’Unione europea per l’asilo e l’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni. Affidare l’identificazione di criticità fisiche e psichiche ad agenti di pubblica sicurezza è doppiamente problematico, dice Pinna: “Ad oggi non ci sono ancora indicazioni chiare su quali siano poi i percorsi di formazione del personale che dovrebbe effettuare le visite. Ma l’emersione di vulnerabilità tanto complesse richiede tempo e soprattutto una preparazione strutturata di chi se ne occupa. Al contrario, è come se il ministero stesse dicendo che il lavoro che fanno gli specialisti in questo campo non conta”.
In Piemonte, l’adeguamento alle nuove procedure è in alto mare. A seguito di un’interrogazione presentata dalla consigliera regionale Avs Alice Ravinale, la Regione ha risposto che le Asl hanno comunicato di non essere in grado di attivare alcun protocollo, perché non sono stati forniti indirizzi a livello nazionale e perché mancano le risorse. I controlli sanitari continueranno così, fino a nuove disposizioni, a essere svolti nei pronto soccorso. “In un sistema in cui l’espulsione e il trattenimento diventano la regola, gli accertamenti sanitari, insieme alle valutazioni di vulnerabilità, dovrebbero essere sempre svolti nell’interesse della persona presa in carico, non per presunte esigenze di pubblica sicurezza”, dice Ravinale.










