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di Giansandro Merli

Il Manifesto, 23 novembre 2024

Partono gli operatori sociali, l’ente gestore mantiene solo direttore e amministrativi. “Lo staff presente nei centri in Albania è stato ridotto al livello minimo, restano solo i lavoratori necessari per la manutenzione della struttura e per fornire i servizi di base agli agenti che si occupano della sicurezza e a quelli presenti nel penitenziario”, afferma l’eurodeputato tedesco di Volt Damian Boeselager. Ieri ha visitato il centro di Gjader con una delegazione del suo partito, “movimento progressista pan-europeo”, che a Strasburgo ha eletto cinque deputati. Nella visita ne erano presenti quattro - da Germania e Olanda - insieme ai co-presidenti italiani di Volt Daniela Patti e Guido Silvestri e a quella Ue Francesca Romana D’Antuono.

La delegazione ha potuto raccogliere informazioni che certificano che il progetto Albania è di fatto congelato. Come anticipato ieri dal manifesto, tutti gli operatori italiani dell’ente gestore Medihospes, ovvero quelli che avrebbero dovuto assistere i richiedenti asilo, sono tornati a casa o lo stanno facendo in queste ore. “Ci hanno confermato che restano solo sette lavoratori italiani: il presidente della cooperativa, che abbiamo incontrato con un delegato dell’ambasciata e un dirigente di polizia, oltre ad alcuni amministrativi”, afferma Patti. Con loro un centinaio di dipendenti albanesi: da quanto è stato riferito si occupano soprattutto dell’assistenza medica, da garantire in ogni caso agli agenti, e delle pulizie.

Altre figure professionali svolgeranno invece dei corsi di formazione, utili se le strutture dovessero entrare davvero in funzione. “Nel centro avrebbero dovuto lavorare centinaia di forze di polizia italiana e circa 800 persone come traduttori, mediatori culturali, medici, psicologi e personale per i servizi”, scrive Volt in un comunicato in cui afferma che gli agenti rimasti sono “meno di 100”. In teoria ne erano previsti 295, al secondo round di trasferimenti erano 220, la settimana scorsa ne rimanevano 170.

Per ora, quindi, non sono attesi nuovi migranti. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha ribadito mercoledì che il governo “attende la pronuncia della Cassazione sulle nostre impugnazioni”, ovvero sui ricorsi contro le prime non convalide dei trattenimenti decise dal tribunale di Roma. L’udienza sarà a breve: il 4 dicembre. Ma se il Viminale pensa davvero che quello sarà un punto di svolta perché oltre Adriatico c’è aria di smobilitazione? “A noi le autorità presenti in loco hanno detto che prevedono che la Cassazione rinvierà alla Corte di giustizia Ue. Per questo hanno ridotto il personale”, afferma Silvestri.

“Il governo è riuscito nell’impresa dei rimpatri. Dei migranti? No, degli operatori italiani mandati in Albania”, ironizza il segretario di +Europa Riccardo Magi. “Tornano gli operatori, i centri rimangono vuoti. La campagna elettorale è finita e non servono più. Se ne riparla alla prossima”, attacca la parlamentare di Avs Elisabetta Piccolotti. Dal Viminale insistono che i centri restano operativi e vigilati: il personale è stato ridotto in base alle esigenze del momento. A parte la vigilanza, abbandonare le strutture a se stesse dopo i primi due flop sarebbe un’autorete clamorosa, non si capisce quale sia l’operatività visto che non ci sono richiedenti asilo e non se ne vedono all’orizzonte. Se tutto si giocherà davanti alla Corte dell’Unione europea la sentenza non arriverà prima della prossima primavera. Nel migliore dei casi, ovvero se sarà adottata una delle procedure speciali previste per accelerare i tempi.

Intanto ieri il comitato centrale della Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri (Fnomceo) ha risposto all’appello lanciato da varie ong - tra cui Mediterranea, Msf ed Emergency - e dalla Società italiana di medicina delle migrazioni in cui veniva denunciato che “la pratica di selezione sanitaria come criterio per le deportazioni in Albania viola il codice deontologico”. Il testo continua a raccogliere firme, al momento sono 1.250: 400 medici, 115 infermieri, 125 psicologi e una trentina tra associazioni che si occupano di sanità o di migranti.

“Il medico ha un’unica finalità: curare le persone senza discriminazioni - scrive Fnomceo - Tale finalità dovrà essere perseguita in tutti i percorsi del protocollo Italia-Albania che coinvolgono i medici. La selezione dei migranti ai fini amministrativi non costituisce un processo di cura”. La Federazione afferma anche che per “le peculiari caratteristiche del servizio appare necessario prevedere la presenza di figure professionali adeguatamente formate o con specifica competenza specialistica, dotate di adeguati strumenti sanitari, senza i quali non è possibile una corretta valutazione complessiva dello stato di salute della persona”. Evidentemente nei primi due round di trasferimenti questi elementi mancavano.