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di Luigi Ferrarella

Corriere della Sera, 20 ottobre 2024

Leggiamo almeno i nomi: prima di fare di questi migranti carne da cannoni propagandistici, si consumi tempo e fatica per starli a sentire e valutare da quali storie vengono via. Son diventati tutti giuristi dell’immigrazione, dimessisi però dal restare intanto esseri umani. Tutti a discettare di protocolli con l’Albania, trattenimenti non convalidati dal Tribunale di Roma, sentenze della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, procedure accelerate di frontiera da liste di Paesi “sicuri”: ma nessuno che, prima di fare di questi migranti carne da cannoni propagandistici o figurine retoriche da salotto, alla prima riga legga almeno i nomi di queste persone, e consumi tempo e fatica per stare a sentire e valutare da quali storie raccontino di venir via.

Perché non è vero che “allora mai nessuno potrebbe più essere rimandato in Egitto o in Bangladesh”, o negli altri Paesi decretati “sicuri” dal governo Meloni: é invece l’automatismo immediato della procedura accelerata di frontiera (presupposto della gelida delocalizzazione del trattenimento nei centri in Albania) ad essere interdetto dalla sentenza della Corte Ue nei casi in cui i Paesi dichiarati “sicuri” non siano tali per la generalità delle persone. E questa generale sicurezza non esiste - stando proprio ai rapporti del Ministero degli Esteri - ad esempio in Bangladesh per persone accusate di crimini politici o vittime di quelle violenze di genere, etniche o religiose contro le quali proprio la maggioranza di centrodestra che sostiene il governo Meloni giustamente si scaglia in nome dei valori invece dell’Occidente; e non esiste in Egitto per oppositori politici, dissidenti, e difensori dei diritti umani, come palese nei casi al centro di campagne di sensibilizzazione promosse in questi mesi anche in Italia.

Prima di litigare sulla pelle dei 12 traghettati a peso d’oro tra Italia e Albania, se ne vogliono ascoltare almeno le motivazioni non per finta? Non per finta come nelle invece surreali udienze celebrate l’altro giorno in una manciata di ore dalle Commissioni territoriali in videoconferenza tra Roma e l’Albania, di corsa per esprimere il primo rigetto delle domande d’asilo in anticipo persino sulla decisione del Tribunale sui trattenimenti in Albania, alla presenza puramente decorativa di avvocati impossibilitati a tutelare improvvisati clienti nel videocollegamento “a distanza” senza averli mai visti e conosciuti prima: avvocati peraltro offensivamente gratificati da un decreto del Ministero della Giustizia e dell’Economia di un rimborso-spese massimo di 500 euro per trasporto-vitto-alloggio nel caso in cui vogliano intestardirsi a partecipare fisicamente alle udienze in Albania.

Forse su questi aspetti potrebbe riflettere il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, anziché ieri brandire “interventi legislativi” contro la sgradita “sentenza abnorme” di una magistratura che “ha esondato”, e così ricommettere nei confronti di questi giudici romani (come già su quelli genovesi di Toti, o su quelli emiliani dell’incostituzionalità dell’abolizione dell’abuso d’ufficio, o su quelli milanesi dei domiciliari ad Artem Uss) un’ingerenza di grossolanità istituzionale pari soltanto alla gaffe dell’argomentare che “allora anche gli Stati Uniti non sarebbero sicuri se ritenessimo non sicuri i Paesi dove vigono regole che noi abbiamo ripudiato, come la pena di morte”: eh sí, proprio così, infatti l’Italia, come tutti i Paesi europei, non concede agli Stati Uniti l’estradizione di qualcuno se rischia di essere condannato a morte.

E nel Consiglio dei ministri, annunciato già domani per puntare a un braccio di ferro con un nuovo decreto legge sui Paesi “sicuri”, il governo potrebbe magari occuparsi pure del fatto che, a oltre 4 anni dalla scadere nell’estate 2020 dei termini per l’emersione degli stranieri irregolari e per le loro richieste di permessi di soggiorno, su 220.000 domande ci siano 60.000 persone che non hanno ancora avuto uno straccio di risposta da Questure e Prefetture sotto organico, subappaltanti queste pratiche al massiccio turn-over di rinforzi temporanei somministrati da agenzie di lavoro interinale.