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di Marco Bresolin

La Stampa, 2 settembre 2026

Non solo Italia e Spagna, anche Germania e Francia chiudono. E Bruxelles si limita a “valutare” mentre il Trattato viene svuotato. La notifica del prolungamento di 15 giorni dei controlli alle frontiere aeree e marittime con la Spagna è arrivata negli uffici della Commissione europea, che ora “la valuterà”, come ha annunciato ieri un portavoce. Ma fonti Ue fanno sapere che il parere sulla misura adottata dal governo italiano non verrà reso pubblico e lasciano intendere che, seppur obtorto collo, anche questa volta Palazzo Berlaymont non si metterà di traverso. Anche perché l’Italia non è certo l’unico Paese ad aver decretato una sospensione di Schengen.

A oggi sono dieci gli Stati membri dell’area di libera circolazione che hanno reintrodotto i controlli alle frontiere interne: chi per le minacce terroristiche, chi per prevenire flussi migratori. La Commissione europea, che ha l’obbligo di difendere i trattati Ue, a giugno aveva provato a farsi sentire: aveva adottato nove pareri formali per chiedere agli Stati la graduale eliminazione dei controlli, invitandoli a sostituirli con misure alternative. Ma nessuno (fatta eccezione per la Slovenia) ha ascoltato l’appello dell’esecutivo europeo, che ora vuole convincere i governi con un altro strumento: nelle prossime settimane, certamente entro la fine dell’anno, verrà pubblicato uno studio che è stato commissionato da Palazzo Berlaymont proprio per calcolare i costi economici della sospensione di Schengen.

La battaglia, però, sembra già persa in partenza. La Germania ha già notificato a Bruxelles un’ulteriore proroga semestrale dei suoi controlli per estenderli oltre l’attuale scadenza, che era stata fissata al 16 settembre: proseguiranno almeno fino al prossimo 15 marzo. E riguarderanno tutte le frontiere terrestri con gli altri Stati dell’area Schengen: Francia, Lussemburgo, Belgio, Paesi Bassi, Danimarca, Austria, Svizzera, Repubblica Ceca e Polonia. Il motivo? Da un lato le “gravi minacce persistenti alla sicurezza e all’ordine pubblico - così si legge nella notifica - derivanti dagli elevati livelli di migrazione irregolare e traffico di migranti e dalla pressione sul sistema di accoglienza dei richiedenti asilo” e dall’altro “l’impatto della situazione di sicurezza globale (compresa la guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina e la situazione in Medio Oriente/Asia centrale)”.

La Francia non è da meno. Almeno fino al prossimo 31 ottobre (ma una proroga viene data per scontata) ci saranno controlli lungo tutte le frontiere marittime, terrestri e aeree con i Paesi limitrofi e cioè Belgio, Germania, Lussemburgo, Svizzera, Spagna e Italia. Scelta giustificata dalla minaccia terroristica, oltre che dai flussi migratori. Motivazioni analoghe sono state usate dagli altri Stati che hanno rimandato gli agenti ai confini: Danimarca, Austria, Svezia, Polonia, Paesi Bassi e Norvegia (quest’ultima fa parte di Schengen pur non essendo uno Stato membro dell’Ue).

Fatta eccezione per la Polonia, tutti questi Paesi erano stati richiamati all’ordine il 2 giugno scorso dalla Commissione, che aveva emesso un parere per ognuno di loro. L’Italia era finita nel mirino per il ripristino delle ispezioni di polizia alla frontiera slovena. “Sebbene la difficile situazione della sicurezza globale possa destare gravi preoccupazioni per la sicurezza nazionale degli Stati membri - si legge nell’opinione indirizzata a Roma -, le notifiche (del governo italiano, ndr) non forniscono informazioni sufficienti a spiegare in che modo il contesto della sicurezza globale incida specificamente sull’Italia, in particolare alla frontiera con la Slovenia”. Per questo, “le autorità italiane dovrebbero adoperarsi per la graduale soppressione dei controlli alle frontiere interne”. E invece il 19 giugno i controlli sono stati prorogati almeno fino al prossimo 18 dicembre.

Certo le misure adottate dal governo italiano alle frontiere aeree e marittime con la Spagna - che hanno scatenato la ripicca di Madrid con un intervento speculare - sono un caso particolare che appare ancor meno giustificato rispetto a quelle introdotte dagli altri Paesi. Anche perché, a oggi, nessuno dei migranti arrivati a Ceuta si è poi spostato all’interno dello spazio Schengen e difficilmente lo farebbe con un volo di linea verso l’Italia. Ma i numerosi muri eretti dagli altri governi nell’area di libera circolazione non aiutano la Commissione a trovare il sostegno politico necessario per contestare formalmente la decisione presa da Roma. “Dobbiamo sperare che questa proroga sia l’ultima”, si lascia scappare un funzionario Ue con tono arrendevole.