di Giansandro Merli
Il Manifesto, 12 maggio 2026
All’interno anche una sezione sulla “gestione delle migrazioni”, ma la parte che riguarda i centri di Shengjin e Gjader è formulata in modo vago. La commissione Affari esteri della Camera avvia oggi l’esame del ddl per la ratifica dell’accordo di “cooperazione strategica” tra Italia e Albania. L’intesa, firmata lo scorso 13 novembre a Roma dalla premier Giorgia Meloni e dal suo omologo Edi Rama, riguarda vari settori: assistenza sanitaria, energia, ambiente, difesa, gestione delle migrazioni. L’ultimo punto è formulato in maniera estremamente generica. Sotto la voce “cooperazione contro la migrazione irregolare”, il testo parla di partenariati comuni con i paesi di origine e transito dei cittadini stranieri, rafforzamento del pattugliamento marittimo di Tirana (anche se nell’Adriatico non si registrano attraversamenti di frontiera) e implementazione del Protocollo da cui sono nati i centri di Shengjin e Gjader.
Al paragrafo successivo prevede uno sviluppo ulteriore della “cooperazione su soluzioni innovative” in vista del Patto Ue su migrazione e asilo, in vigore dal 12 giugno, e della vicina approvazione della nuova direttiva rimpatri. Nel frattempo l’Ue ha anticipato la lista comune dei “paesi di origine sicuri” e la definizione di “paesi terzi sicuri”. Secondo il governo italiano la prima dovrebbe permettere di superare le obiezioni dei giudici nazionali al trattenimento oltre Adriatico. Ipotesi da verificare visto che, al pari delle leggi nazionali, anche la norma comunitaria è soggetta ai paletti sulla lista fissati dalla Corte di giustizia Ue. Se l’elenco proposto dalla Commissione, e votato da Parlamento e Consiglio, ne ha tenuto conto non è dato saperlo: l’inserimento di Bangladesh, Colombia, Egitto, India, Kosovo, Marocco e Tunisia non è stato giustificato con particolari dettagli.
Resta poi il grande tema se il Patto copra davvero i centri di Shengjin e Gjader. Il presupposto è che possano essere considerati “zona di frontiera” italiana, come ritiene il governo Meloni. Ma ci sono molti dubbi, tanto che persino l’ufficio legale della Commissione, per il resto in linea con l’Avvocatura dello Stato italiano, ha dovuto escludere la legittimità di questa ipotesi durante le udienze alla Corte del Lussemburgo sulle due cause in materia ancora pendenti. Di una c’è il parere dell’Avvocato generale europeo per il quale i centri sono legittimi a patto che valgano le stesse garanzie dei Cpr italiani in materia di assistenza sanitaria, diritto di difesa e possibilità di incontrare i familiari. Il rinvio, infatti, parte dalla seconda fase del protocollo, quella che non riguarda i richiedenti asilo sbarcati direttamente in Albania ma gli “irregolari” trasferiti dall’Italia. Si parla quindi del Cpr e non del centro di trattenimento per chi fa domanda di protezione internazionale, due strutture distinte entrambe collocate nell’area sotto giurisdizione italiana di Gjader.
Rispetto ai richiedenti asilo, in un parere del 28 aprile scorso, il Comitato Onu contro la tortura ha ribadito preoccupazione per il progetto del governo Meloni in merito “agli ostacoli che impediscono ai trattenuti di avvalersi delle garanzie procedurali, quali l’accesso alle informazioni, l’assistenza legale e la rappresentanza, nonché l’assistenza psicologica, sociale e umanitaria, e la limitata capacità di partecipare pienamente al proprio procedimento di asilo”.
Questi elementi non sono ancora stati trattati dai tribunali italiani e non si può escludere che il governo provi a mettere le mani avanti con qualche intervento legislativo. Sull’impianto generale, invece, non si intravedono grossi margini di manovra: i trasferimenti dei richiedenti asilo potranno pure riprendere, ma resta da vedere se poi le detenzioni saranno convalidate. Altro discorso è se dalle parti di Chigi avessero già iniziato a cercare una exit strategy, magari riconvertendo le strutture in return hub per “irregolari” dopo l’approvazione della nuova direttiva rimpatri. Ci sarebbero comunque diversi ostacoli da superare.










