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di Giansandro Merli

Il Manifesto, 22 gennaio 2025

Procedure accelerate di frontiera. Trattenuti sei richiedenti asilo a Porto Empedocle. È un test per i Centri in Albania, dopo le nuove norme introdotte dal Governo. Circa 600 persone sono sbarcate ieri e l’altro ieri a Lampedusa. Tra loro sei cittadini del Bangladesh trasferiti nel centro di trattenimento di Porto Empedocle per sottoporli alle “procedure accelerate di frontiera”, ovvero l’iter per la domanda d’asilo che prevede la detenzione. Per la prima volta dopo il cambio di competenze disposto dalla legge di conversione del dl flussi le richieste di convalida della misura di privazione della libertà finiranno sul tavolo di una Corte d’appello, quella di Palermo che ha la competenza distrettuale sulla struttura dell’agrigentino, invece che davanti alla locale sezione specializzata in immigrazione del tribunale civile.

Per il governo si tratta dell’ennesimo tentativo di ottenere il via libera alla nuova prassi dalle toghe, soprattutto in vista della riattivazione dei centri in Albania dove valgono le stesse regole e per cui si sono poste problematiche giuridiche analoghe a quelle sorte nei tribunali siciliani. Non è un caso che l’esecutivo tenti la strada palermitana: sebbene in numeri molto ridotti lì alcune convalide ci sono state. Tra agosto e dicembre l’orientamento dei giudici di primo grado è stato di non contestare la classificazione dei “paesi di origine sicuri”, prerequisito per far scattare la procedura accelerata, ma di valutare altri tipi di contrasti tra la direttiva europea e la detenzione che l’esecutivo vorrebbe mettere a regime.

La logica delle norme comunitarie, infatti, prevede il trattenimento solo come extrema ratio, mentre l’obiettivo della destra italiana è di far svolgere l’esame della domanda d’asilo dietro le sbarre a tutti i richiedenti che vengono dai paesi ritenuti sicuri. Complessivamente il tribunale di Palermo ha dato l’ok alla detenzione in 19 casi su 116, tendenzialmente per cittadini tunisini che avevano violato il divieto di reingresso nel territorio dello Stato o presentavano comunque un alto pericolo di fuga.

Diverse le valutazioni fatte a Catania, per il centro di Modica-Pozzallo, e Roma, per quelli in Albania. Lì i giudici hanno disapplicato la normativa nazionale perché ritenuta in contrasto con quella europea sulla designazione dei paesi sicuri oppure hanno rinviato tutto alla Corte di giustizia Ue. Nel frattempo a fine dicembre è arrivata un’ordinanza interlocutoria della Cassazione, non è una sentenza perché sospende il giudizio in vista della decisione dei colleghi del Lussemburgo attesa in primavera, che ha destato reazioni contrastanti. Il governo sostiene che gli dia ragione, molti giuristi affermano il contrario. Su quella base, comunque, il 5 gennaio il tribunale di Catania ha nuovamente disapplicato la normativa nazionale liberando un richiedente asilo egiziano.

La Corte d’appello di Palermo dovrà dare una risposta alla richiesta di convalida entro 48 ore dalla ricezione, come stabilisce l’articolo 13 della Costituzione sull’inviolabilità della libertà personale. Un articolo che prevede la doppia riserva, di legge e di giurisdizione, ma rischia di essere svuotato per i richiedenti asilo se le procedure accelerate di frontiera, adesso o dopo l’entrata in vigore nel giugno 2026 del Patto Ue immigrazione e asilo, dovessero diventare la norma. L’esito delle convalide palermitane inevitabilmente giocherà un ruolo sul progetto albanese. In particolare sulle tempistiche dei nuovi trasferimenti a cui il governo sta lavorando, ma dei quali non ha annunciato ancora la data.