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di Giansandro Merli

Il Manifesto, 21 giugno 2025

Ecco le motivazioni del rinvio alla Corte Ue. Forti dubbi di compatibilità tra le modifiche alla legge di ratifica e le direttive europee. Intanto a Gjader restano in 28. La Cassazione ha depositato ieri le motivazioni del rinvio alla Corte di giustizia Ue che di fatto blocca la nuova fase dell’accordo Roma-Tirana, quella sui migranti “irregolari” deportati dall’Italia. Il caso era stato anticipato dal manifesto il 30 maggio scorso, dando notizia dei dubbi degli ermellini sulla compatibilità tra le modifiche alla legge di ratifica del protocollo e le direttive procedure e rimpatri. Il giorno precedente al Palazzaccio era stato letto il dispositivo su due ricorsi, unificati, avanzati dal Viminale contro le non convalide dei trattenimenti decise dalla Corte d’appello di Roma. Al centro delle valutazioni la posizione di un richiedente asilo tunisino e di uno algerino, che hanno fatto domanda di protezione dietro le sbarre di Gjader. L’anteprima sul “quotidiano comunista” aveva fatto innervosire il capogruppo FdI alla Camera Galeazzo Bignami che, “inquietato e sconcertato”, aveva annunciato un’interrogazione al guardasigilli Carlo Nordio per capire come avevamo avuto accesso al provvedimento. Interrogazione di cui ci piacerebbe conoscere l’esito, visto che il dispositivo era pubblico.

Ieri con il deposito sono diventate pubbliche anche le motivazioni. In primo luogo la Cassazione contesta l’equiparazione della struttura di Gjader ai Cpr italiani: nonostante lì valga la giurisdizione tricolore quello resta territorio albanese. Al di là di quanto sostiene il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e pretende il governo tutto. Gli ermellini sottolineano un elemento incontrovertibile: se il giudice nega il trattenimento non si può “disporre la liberazione immediata” del migrante. Infatti ogni volta passa del tempo, a differenza di quanto avviene nei Cpr italiani.

In ogni caso le questioni sollevate davanti alla Corte Ue, chiare già dal dispositivo, sono due. La prima: deportare dall’Italia all’Albania un migrante “irregolare” viola la direttiva rimpatri? Di fatto si tratta di un trasferimento in un paese terzo, fuori dai casi consentiti dalla normativa comunitaria. La Cassazione vuole sapere se il carattere “dichiaratamente transitorio” dello spostamento crea una legittima eccezione o resta contrario alla direttiva.

Anche perché il trattenimento amministrativo è giustificato solo ai fini del rimpatrio e per i centri albanesi non c’è “alcuna previsione normativa attuativa” su come tale obiettivo debba essere realizzato. Il motivo ha poco a che fare con il diritto: l’ampliamento della destinazione d’uso dei centri, originariamente riservati ai richiedenti asilo mai entrati in Italia, è solo un goffo tentativo del governo di salvare il progetto dopo la bocciatura della prima fase. Tanto che i rimpatri avvengono, o dovrebbero avvenire, sempre dall’aeroporto di Fiumicino.

Nel caso in cui la Corte Ue giudichi comunque legittimi i trasferimenti degli irregolari, la seconda questione sollevata dalla Cassazione serve a capire cosa succede quando queste persone chiedono asilo, modificando il loro status giuridico. Perché, in base alla direttiva procedure, i richiedenti devono rimanere sul territorio del paese membro almeno fino all’intervento di un magistrato. Il dubbio è che il Cpr di Gjader rompa il quadro complessivo delle garanzie comunitarie sull’asilo, che devono essere uniformi. Finora la Corte d’appello di Roma, giudice di merito che può disapplicare la normativa nazionale per far valere direttamente quella Ue, ha liberato chiunque ha fatto domanda di protezione. Mercoledì le ultime tre decisioni che fanno scendere a 28 i trattenuti a Gjader. La Cassazione ha chiesto alla Corte Ue la procedura d’urgenza. Nel caso, ci vorranno comunque dei mesi. Nonostante tutto, Piantedosi ha annunciato nuovi trasferimenti in Albania. Anche fosse le persone ci resterebbero giusto il tempo di alimentare il teatrino del governo.