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di Vladimiro Zagrebelsky

La Stampa, 9 novembre 2022

Per giorni e giorni ad alcune navi di soccorso ai migranti raccolti in mare di diverse Organizzazioni non governative è stata negata l’indicazione del “porto sicuro”, che è obbligo degli Stati, poiché il soccorso non si esaurisce con la presa a bordo delle persone in pericolo, ma implica lo sbarco sicuro a terra (così le Convenzioni sul soccorso in mare ed anche la Corte di cassazione italiana). Ora il ministro dell’Interno ha imposto a due di queste - nel frattempo attraccate al porto di Catania- il divieto di sostare nelle acque territoriali italiane oltre il termine necessario perché le autorità provvedano al soccorso e all’assistenza alle persone in condizioni di emergenza o in precarie condizioni di salute. Dopo tale termine la nave dovrebbe uscire dalle acque italiane portando con sé i migranti ritenuti non vulnerabili, cui non è concesso di sbarcare. Sono quindi iniziati gli accertamenti di tipo sanitario sui migranti. Molti migranti sono sbarcati e molti altri sono trattenuti a bordo. Il decreto ministeriale è stato impugnato al Tribunale Amministrativo. La vicenda non è conclusa, né sul versante della legalità su cui si pronuncerà il Tar, né su quello politico. Sull’un piano e sull’altro è possibile esprimere ragioni di dissenso.

Sul piano del diritto, nonostante il diffuso argomentare esposto a sostegno del decreto, sono ben chiare le ragioni della sua contrarietà al diritto internazionale ed europeo, che disciplina la materia. Non si tratta tanto della selezione che viene effettuata tra i migranti sulla nave, ammettendone a terra alcuni e non altri. In effetti la legge prevede il divieto di respingimento e di espulsione per coloro che ricadono nella elencazione di una nutrita serie di persone vulnerabili, prevalentemente per ragioni debolezza fisica. Si tratta però di un elenco più ampio di quello che si legge nel decreto del ministeriale. Per costoro il divieto opera qualunque sia il loro status giuridico rispetto ad altre condizioni previste dalla legge e dalle convenzioni internazionali. E si può immaginare che il soccorso che tali persone ricevono a terra consenta loro anche di presentare domanda di asilo o delle altre forme di protezione internazionale umanitaria previste dalla legge. Ma è proprio questa possibilità che viene invece negata ai migranti che rimangono sulla nave. Sono le norme in vigore ad imporre agli Stati di consentirla a tutti e di riconoscer loro le garanzie anche procedurali previste, tra l’altro, dalla Convenzione europea dei diritti umani (come il diritto al ricorso al giudice contro l’eventuale decreto di espulsione o respingimento). La Corte europea ha già condannato l’Italia per fatti simili di respingimento in mare verso la Libia, in quel caso effettuato da una nave militare, senza che i migranti che la nave aveva raccolto ricevessero le necessarie informazioni e potessero presentare domanda di protezione secondo le procedure e le garanzie italiane e della Convenzione. In quel caso, come sta avvenendo in quello odierno, il respingimento era stato effettuato senza l’identificazione di ciascun migrante, senza ricostruzione della sua individuale condizione in Libia e nel Paese di origine nazionale, senza decisione individuale e senza possibilità di ricorso. Si era trattato, come questa volta, di un respingimento collettivo (sempre vietato, perché senza analisi delle situazioni individuali). Una simile condotta espone i migranti, in Libia come nei Paesi di origine, al rischio di torture e trattamenti inumani essendo note in particolare le condizioni degli stranieri migranti che si trovano in Libia.

Le organizzazioni umanitarie e delle Nazioni Unite che operano (cercano con difficoltà di operare) in Libia sono unanimi nell’indicare l’orrore della situazione dei migranti e nell’escludere che la Libia offra ora dei porti sicuri ove le navi umanitarie possano attraccare. Rispetto ai diritti di ciascun migrante e ai doveri dell’Italia che ne stata richiesta, nulla importa il fatto che altri Stati si sottraggano o si siano sottratti ai loro. Malta lo fa sistematicamente (si tratta però di una piccola isola e non di un grande Paese). La Libia poi non ha nemmeno un sistema di asilo. In ogni caso i diritti umani spettano alle singole persone ed è inammissibile di esse far strumento di una politica, come quella migratoria, che spetta ai governi, ma nel rispetto delle norme nazionali e internazionali. Poiché proprio di questo si tratta: il governo sceglie di rendere la vita impossibile alle ONG e ai migranti in modo da spaventarli e farli desistere dall’intraprendere il passaggio in mare ed arrivare in Italia. E se i giudici, oltre all’Europa, si metteranno di traverso, un risultato ci sarà comunque. Ci sarà chi avrà mostrato i muscoli a difesa dei confini della Patria, mentre altri verranno indicati come nemici che quella difesa impediscono.

L’intimazione fatta dal governo ai Paesi di bandiera delle navi di occuparsi della sicurezza e dell’avvenire dei migranti che esse hanno a bordo e la ricerca, che il governo dichiara, di un coordinamento europeo, con la ricollocazione dei migranti in altri Paesi membri dell’Unione prima ancora che essi sbarchino sulla terraferma italiana, non ha fondamento giuridico nelle convenzioni internazionali e assume un tratto autoritario che è l’esatto contrario dell’atmosfera dialogante che potrebbe dar frutto. Ha invece altro effetto, che concorre ad indicare all’opinione pubblica e all’elettorato di riferimento di questo governo quanto Italia sia maltrattata dagli altri governi e dall’Unione europea. Ciò facendo il governo nasconde l’ovvia realtà che vede anche gli altri governi tener conto e non contrastare quella loro opinione pubblica interna che è contraria alla accoglienza dei migranti. Insomma, le prove di forza (che si riveleranno di breve durata e inutili) sul piano europeo sono politicamente controproducenti, tanto più quando persone umane sono trattate come ostaggi, funzionali alla sfida. Esse sono invece immediatamente produttive di grave offesa all’immagine e alla dignità della nazione che pur si vorrebbe promuovere. Tanto più gravi sono questo ed altri simili episodi perché finiscono con l’annullare un’altra e contrapposta realtà italiana: quella del continuo, pesante e generoso lavoro che svolgono la Guardia costiera, la Guardia di Finanza e la Marina anche nel salvare e portare a terra migranti in balia delle acque del Canale di Sicilia, integrate in ciò dalle navi delle Ong (che fanno come loro!). Non si prova quindi soltanto sconcerto perché in uno Stato di diritto il governo dovrebbe piegarsi alle leggi, siano esse nazionali o internazionali. Si prova anche vergogna, senza che conti il fatto che, in materia, l’Italia non sia sola a mostrare insofferenza per le leggi e per le esigenze umanitarie.