di Gabriele Guccione
Corriere di Torino, 7 maggio 2025
Un cellulare da spartirsi in quindici. Viene consegnato ogni mattina e ritirati ogni sera. È l’unico canale che li unisce al resto del mondo, alle proprie famiglie d’origine, in Nordafrica o altrove, oltre le gabbie di ferro zincato che circondano ciascuno dei sei blocchi dove sono rinchiusi, oltre le mura che nascondono il Cpr agli occhi dei torinesi che transitano senza farci troppo caso in corso Brunelleschi o in via Mazzarello. I cinquantasette “ospiti” - perché, almeno in teoria, carcerati non sono - reclusi al momento nel centro di permanenza per il rimpatrio comunicano così.
Da quando l’altra settimana, nella notte tra il 30 aprile e il 1° maggio è scoppiata la prima rivolta dalla riapertura, un mese fa, uno dei sei padiglioni è stato chiuso. Il risultato: i migranti trattenuti nella struttura si sono dovuti stringere, e se prima erano suddivisi in tre blocchi, adesso ne occupano due (altri tre erano già inutilizzabili perché in corso di ristrutturazione). “È un sistema inumano, questi posti vanno chiusi, in queste condizioni è inevitabile che si creino tensioni che alla fine arrivino ad esplodere in rivolte o gesti violenti”, si sfoga Alberto Unia, già assessore della giunta Appendino, oggi consigliere regionale del M5S. Con la sua capogruppo, Sarah Disabato, e il collega del Pd, Daniele Valle, si sono presentati ieri davanti al pesante portone del Cpr, per ispezionare la struttura. Così hanno potuto constatare con i loro occhi la situazione. Ogni blocco è recintato, ha un cortiletto e un dormitorio con 6 camerate da 5 posti letto ciascuna. “I trattenuti sono soprattutto giovani, abbiamo parlato con loro, alcuni hanno problemi psichiatrici, lamentano soprattutto una cosa - racconta il dem Valle: la condizione di indeterminatezza in cui si trovano, non sanno quanto tempo dovranno restare dentro. Un ragazzo mi ha detto: preferirei stare in carcere, almeno saprei quanti giorni mi restano da scontare”.
A gestire la struttura è la cooperativa Sanitalia. Si è aggiudicata un appalto da 8 milioni di euro per farlo. Oltre agli operatori sociali, ci sono decine di poliziotti, carabinieri e finanzieri, e la presenza fissa dei militari. “Un dispiegamento di uomini e mezzi - sottolinea la pentastellata Disabato - che potrebbero essere impiegate altrove, sul territorio, a tutela della sicurezza delle nostre città”. E invece stanno lì, si danno il turno, a controllare che 57 immigrati irregolari (tra migliaia e migliaia) non scappino o non si rivoltino.
“È chiaramente un sistema di gestire l’immigrazione irregolare che non ha senso, non solo per le condizioni inumane a cui sono sottoposte le persone, ma per l’enorme impiego di risorse economiche”, fa notare Unia. Da settimane la politica torinese, dal Pd al M5S, con l’eccezione di Lega e FDI, battaglia contro la riapertura del Cpr. E ora la palla passa alla Regione: “Chiediamo con urgenza un sopralluogo delle commissioni Sanità e Legalità del Consiglio regionale - dichiarano i tre eletti -. Un sistema che ammassa le persone dentro le gabbie, con una prospettiva temporale indeterminata, non può funzionare”.











