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di Teresa Olivieri

Italia Oggi, 24 agosto 2026

Lo ha decretato il Consiglio di Stato. Nel territorio italiano esiste un posto dove l’assistenza sanitaria è privata ma viene comunque pagata dallo Stato. Si tratta dei Cpr, centri di Permanenza per il Rimpatrio, che ogni anno costano allo Stato tra i 19,5 e i 22 milioni di euro, di cui l’assistenza sanitaria diretta “interna” ai Cpr costa complessivamente allo Stato circa 5 - 7 milioni di euro all’anno tra personale medico/infermieristico a contratto, fornitura di farmaci (inclusa la forte incidenza di psicofarmaci e sedativi prescritti all’interno) e presidi sanitari. La gestione dei Cpr parte dal Ministero dell’Interno, responsabile delle linee guida e del budget, e passa per le singole Prefetture, che indicono le gare d’appalto e ne controllano l’esecuzione.

L’operatività quotidiana e i servizi di base (vitto, pulizia, mediazione e prima assistenza sanitaria) sono affidati all’ente privato vincitore dell’appalto. Nonostante la gestione sia a carico del privato, la cifra sopra indicata non include le spese sanitarie esterne che ricadono sul Servizio Sanitario Nazionale (SSN) e sulle Regioni, come i Ricoveri e Pronto Soccorso, quindi gli interventi di emergenza, le ospedalizzazioni e le visite specialistiche esterne a seguito di eventi critici (autolesionismo, tentati suicidi, aggressioni o patologie acute) vengono presi in carico dagli ospedali pubblici locali.

Oppure la Sorveglianza e l’emergenza, tutti costi extra che non compaiono nel bilancio del Ministero dell’Interno dei CPR, ma gravano sul SSN. A non comparire ci sono altre spese, come la sicurezza, la custodia e l’ordine pubblico che restano di esclusiva competenza delle forze dell’ordine e dell’Esercito. Ci sono poi costi straordinari di manutenzione (grandi voci nascoste), poiché le condizioni all’interno dei CPR esasperano la popolazione trattenuta, i centri sono continuamente teatro di rivolte, incendi e danneggiamenti delle aree abitative. I contratti d’appalto standard non coprono le ristrutturazioni straordinarie, perciò lo Stato deve continuamente rifinanziare con milioni di euro extra la ricostruzione di intere ali dei centri rese inagibili (come accaduto ripetutamente a Torino, Milano e Roma). Per l’apertura o l’ampliamento di ogni nuovo modulo prefabbricato o centro (previsti dai piani governativi post-Cutro), lo Stato stanzia circa 2 milioni di euro a struttura affidati al Genio Militare.

Tra le forti criticità apportate dal d.l. n.124/2023 cosiddetto “Decreto Cutro”, oltre a prolungare la permanenza fino ai 18 mesi per i ‘ristretti’ (persone nei CPR), c’è stata anche quella che ha previsto l’impiego del Genio militare per la progettazione e la realizzazione rapida di nuovi Centri di Permanenza per il Rimpatrio. Ma i costi lievitano ancora per spese non previste. Emblematico è il caso del CPR lucano di San Gervasio, nella cronaca di questi giorni per la morte di un trentenne marocchino all’interno del Centro. A Palazzo San Gervasio la Prefettura è dovuta intervenire in via surrogatoria a inizio luglio 2026, sborsando 238mila euro (più 30 mila destinati all’impresa di pulizie) per coprire gli stipendi di febbraio, marzo e aprile 2026 mai pagati dalla cooperativa che gestisce il CPR.

Nonostante le risorse impiegate, arriva anche un forte monito al Viminale. Il Ministero dell’Interno ha sei mesi di tempo per condurre una mappa dettagliata sulle criticità dei Centri di permanenza per il rimpatrio. Lo ha decretato il Consiglio di Stato con la sentenza n. 5450/2026, accogliendo l’azione legale promossa da Asgi (Associazione studi giuridici sull’immigrazione) e Cittadinanzattiva per sollecitare il rispetto di una precedente decisione giudiziaria.

La decisione impone al Viminale di condurre una ricognizione approfondita della realtà dei Cpr, focalizzandosi su sanità, supporto psicologico, competenze del personale e sugli eventi critici registrati negli ultimi cinque anni. Il percorso istruttorio dovrà essere svolto di concerto con il Ministero della Salute e il Garante nazionale dei detenuti, per poi confluire in una determinazione conclusiva pienamente motivata.