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di Michele Gambirasi

Il Manifesto, 14 novembre 2025

Vertice a Roma con il premier albanese Edi Rama: al centro l’ingresso nell’Ue e gli affari. La premier promette: “Con il Patto asilo finalmente funzioneranno”. “Quando entrerà in vigore il nuovo Patto Ue i centri in Albania funzioneranno, come dovevano funzionare all’inizio”. Undici mesi dopo averlo sillabato ad Atreju, il punto per la presidente del Consiglio Giorgia Meloni è rimasto lo stesso: la misura più emblematica del programma dell’esecutivo in materia di immigrazione non resterà incompiuta, costi quel che costi.

Ieri lo ha ripetuto al termine del vertice intergovernativo tra Italia e Albania, tenutosi a Roma. Una “giornata storica”, la hanno definita Meloni e il suo omologo Edi Rama, con al centro una quindicina di accordi tecnici e ministeriali firmati tra i due paesi, dalla difesa alle infrastrutture, cultura ed energia. Insieme ai ministri dei due paesi erano presenti anche i vertici delle società interessate dagli accordi: Sace, Cassa depositi e prestiti, Leaonrdo, Simest. Convitati di pietra, inevitabilmente, i centri di Shengjin e Gjader, tutt’ora fermi al palo e riconvertiti in Cpr per evitare di staccare la spina prima ancora che avessero preso vita. “Abbiamo fatto discutere in questi ultimi due anni per il nostro protocollo. Perché quello che è stato dimostrato all’atto della firma di quel protocollo è che l’Albania si comporta già come una nazione membro dell’Unione europea, capace di una solidarietà con i Paesi con i quali coopera che di rado si è vista”, ha detto Meloni in conferenza stampa.

Lo status di “nazione europea”, assieme al cospicuo giro di affari, è tra quelli che più interessano a Edi Rama e al paese delle aquile. Ovvero la garanzia che il processo di adesione all’Ue, avviato nel 2009 e giunto ai suoi capitoli tecnici, non subisca intoppi: garanzia che Meloni è stata pronta a mettere, giudicando il processo non come un “allargamento” ma una “riunificazione” dell’Europa. Processo che Meloni ha detto che vorrebbe vedersi concludere all’inizio del 2028, semestre durante il quale la presidenza di turno del Consiglio europeo spetterà all’Italia. Data in cui, ha promesso Rama, Giorgia Meloni sarà ancora premier: “Ridete, ridete”, ha risposto a chi faceva notare che di mezzo ci saranno le elezioni.

È la “relazione speciale” tra i due, che passa per Shengjin e Gjader prima di ogni altra cosa. “Non tutti hanno compreso allo stesso modo la validità di questo modello, in molti hanno lavorato per frenarlo o per bloccarlo, ma noi siamo determinati ad andare avanti, perché questo meccanismo, dal nostro punto di vista, ha il potenziale di modificare l’intero paradigma nella gestione dei flussi migratori”, ha proseguito Meloni. Rispetto al passato, insieme all’attacco ai giudici colpevoli di aver bloccato i centri per le procedure accelerate di frontiera, c’è l’ammissione del tempo perduto in un investimento che al momento non ha dato alcun frutto. “Se sono stati bloccati dei trasferimenti migranti ritenendo che Bangladesh e Tunisia non fossero paesi sicuri, dal momento che la proposta della Commissione europea per la lista dei paesi sicuri annovera Bangladesh e Tunisia, è lecito sospettare che queste motivazioni avessero ragioni di carattere diverso. All’entrata in vigore del nuovo Patto immigrazione e asilo i centri funzioneranno e avremo perso due anni, la responsabilità non è la mia”, ha attaccato ancora Meloni riferendosi alla sentenza della Corte di giustizia europea del primo agosto.

In ogni caso, il funzionamento dei centri per le procedure di frontiera o come return hubs già da giugno 2026, secondo il nuovo Patto immigrazione asilo, non è né scontato né automatico. Sia perché i centri dovranno in ogni caso rispettare le norme internazionali circa la violazione dei diritti umani, tra cui quella sul principio di “non respingimento”. Sia perché rimangono dei punti interrogativi sull’interpretazione dei giudici alla nozione di “paese sicuro”, nonostante le nuove regole.

“L’Albania non è colpa mia, dice Meloni. Dice che ognuno si assumerà le proprie responsabilità. Ognuno tranne lei, perché la colpa del fatto che hanno fallito, e hanno costruito centri inumani, illegali e peraltro rimasti vuoti è della presidente del Consiglio che, ogni tanto, dopo tre anni che governa, potrebbe prendersi delle responsabilità”, ha risposto la segretaria dem Elly Schlein. A ruota va anche il leader M5S Giuseppe Conte, in linea con le esternazioni in tema di sicurezza degli ultimi giorni: “Occorre riprendere quei soldi e metterli nelle nostre strade per renderle sicure. Strade dove mancano 25mila tra carabinieri e poliziotti e, soprattutto, bisogna dedicarsi alla redistribuzione europea perché, nel frattempo, con questi fallimenti abbiamo avuto 300mila migranti sbarcati in Italia e che rimangono qui”.