di Giansandro Merli
Il Manifesto, 24 febbraio 2026
All’interno sono una novantina. Quasi tutti portati nell’ultima settimana. Due persone al secondo round nel centro di Gjader. “Sono scioccata. C’è anche un ragazzo algerino che ha visto morire il suo compagno di cella a Bari. È un testimone nell’inchiesta in corso”, Rachele Scarpa, Pd. Il Centro di permanenza per i rimpatri di Gjader è più affollato che mai. Al suo interno ci sono una novantina di persone. Sessantacinque sono state trasferite nell’ultima settimana. I numeri vengono dal registro degli eventi critici consultato ieri dalla deputata Pd Rachele Scarpa, durante un’ispezione a sorpresa realizzata con il Tavolo asilo e immigrazione (Tai).
Un dato così alto non era mai stato registrato. Né nella prima fase, riservata ai richiedenti asilo originari dei “paesi sicuri” e durata solo tre mesi per le bocciature dei giudici nazionali e poi della Corte di giustizia europea. Né durante la seconda, quella della detenzione dei cittadini stranieri già irregolari in Italia. Nel Cpr albanese i posti teorici sarebbero 144, ma la capienza effettiva è stata fissata a 96 (un paio di moduli non sono utilizzati per scelta).
Sulle ragioni dell’improvvisa accelerazione non ci sono certezze. Ma si può fare qualche ipotesi. Forse il governo vuole vedere come vanno le cose con numeri più consistenti in vista del prossimo giugno, quando entrerà in vigore il Patto Ue che secondo la premier Giorgia Meloni e il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi dovrebbe rimuovere ogni ostacolo. O forse inizia a farsi sentire il rischio che a un certo punto la Corte dei conti, sollecitata da diversi esposti, intervenga su strutture che avrebbero dovuto “ospitare” fino 36mila persone l’anno ma finora ne hanno viste poche centinaia. A pensar male, poi, l’esecutivo potrebbe essere a caccia di un nuovo casus belli da scagliare nella campagna referendaria, anche perché in base alle informazioni raccolte dalla parlamentare dem i trasferimenti continuano senza nessuna giustificazione scritta. Proprio come nel caso in cui il tribunale di Roma ha stabilito un risarcimento di 700 euro. Caso usato da Meloni per attaccare i giudici che impedirebbero all’esecutivo di difendere i confini.
Oltre ai numeri, a colpire durante l’ispezione di ieri sono state le storie individuali delle persone trattenute a Gjader. “Abbiamo incontrato un uomo con la cittadinanza iraniana. È lì da tre mesi e prima ne ha fatti altri sei in un Cpr italiano”, afferma Scarpa. Gli iraniani non vengono rimpatriati, se fanno domanda possono ottenere la protezione. “Ma questa persona è stata portata a un livello di disperazione così forte che ora preferirebbe tornare a casa. In Belgio si è trovato senza documenti e poi ha affrontato la detenzione. Dice che per lui in Europa non c’è futuro, in Iran almeno sarebbe registrato”, continua la deputata.
Un cittadino del Togo e uno del Senegal, intanto, sono finiti a Gjader per la seconda volta. “Uno era stato rimandato in Italia per ragioni sanitarie, l’altro perché aveva chiesto asilo. Entrambi al rientro avevano trovato un lavoro: in nero, visto che non hanno documenti. Ci hanno raccontato di essere stati convocati in questura con la promessa di ottenerli. Invece si sono ritrovati dietro le sbarre, prima in Italia, poi in Albania”, afferma Francesco Ferri, dell’ong ActionAid che è parte del Tai. “Il ragazzo del Togo è un operaio specializzato, gestiva l’officina quando il suo datore di lavoro non c’era. Ma ci ha anche detto che il fatto di essere senza permesso di soggiorno è stata un’occasione per il padrone: poteva ricattarlo e gli deve ancora dei soldi”.
Dietro le sbarre d’oltre Adriatico è finito anche un ragazzo algerino di 22 anni. “Quando l’ho visto mi sono resa subito conto che lo avevo incontrato da poco. Dieci giorni prima nel Cpr di Bari, dove sono entrata in seguito alla morte di un trattenuto”, dice Scarpa. Le testimonianze raccolte in Puglia parlano di due persone prive di conoscenza, con la bava alla bocca, forse per un abuso di metadone. L’uomo che le ha trovate a terra e ha chiesto aiuto è proprio quello trasferito a Gjader. Nonostante l’avvocato dei parenti della vittima abbia chiesto un incidente probatorio con lui presente.
“Sono scioccata. Hanno spedito al di là dell’Adriatico un testimone - continua Scarpa - Questa persona sta malissimo. Ha il corpo pieno di tagli e continua a procurasi ferite. Dopo il trasferimento non è stato sottoposto a una nuova visita medica, nonostante il trauma subito per la morte del compagno di cella. Anche l’ente gestore chiede sia visitato per stabilire se è idoneo al trattenimento”.











