di Simona Musco
Il Dubbio, 29 settembre 2026
Entrare sì, ma solo fino a un certo punto. A pochi giorni dall’inchiesta sui certificati medici, i Cpr tornano al centro della scena. Ma il tema, questa volta, è chi può entrare nei centri e, soprattutto, quanto può vedere. Al Cpr di Torino gli avvocati delle Camere penali sono stati autorizzati a visitare la struttura, ma non a entrare nei luoghi in cui le persone trattenute trascorrono la loro giornata: niente mensa, niente cortile interno, niente aree comprese nei moduli abitativi. Una limitazione che la Prefettura ha ricondotto a una non meglio specificata direttiva del ministero dell’Interno, della quale la stessa Camera penale chiede ora di conoscere l’esatto fondamento normativo.
Per la prima volta, dunque, gli avvocati hanno potuto solo camminare lungo le recinzioni, senza entrare negli spazi in cui le persone trattenute vivono quotidianamente. Un cambio di passo significativo rispetto alla visita di luglio dello scorso anno, quando la delegazione aveva potuto visitare l’intera struttura e parlare liberamente con le persone trattenute. Tra gli atti ministeriali reperibili e pertinenti alla materia c’è la nota ministeriale del 18 aprile del 2025, dunque precedente alla scorsa visita. Una nota che richiama espressamente la Direttiva Lamorgese del 19 maggio 2022 e la precedente nota dipartimentale del 15 giugno 2022 interpretandole in senso restrittivo: le ispezioni sono riservate ai Garanti, mentre le altre figure autorizzate - tra le quali non compaiono avvocati, giornalisti, esperti indipendenti e associazioni - potranno effettuare visite.
Tutti gli altri dovranno essere funzionalmente incardinati nell’ufficio della personalità accompagnata, documentando tale qualità. Le visite, inoltre, non devono interferire con i compiti degli operatori e spetta al responsabile del servizio di vigilanza la valutazione sulla possibilità di svolgere colloqui con le persone trattenute, in caso di loro disponibilità o richiesta. Misure che rischiano di rendere i Cpr luoghi ancora più invisibili agli sguardi esterni. La denuncia della Camera penale è chiara: “Si è trattato di un vero e proprio divieto d’accesso agli ambienti e ai locali nei quali si svolge la vita dei cittadini stranieri trattenuti per il rimpatrio; un divieto mai opposto in vent’anni”, si legge nella nota.
Una limitazione, continuano i penalisti, che impedirebbe “il controllo proprio delle condizioni materiali e personali del trattenimento. Significa voler mantenere nell’opacità luoghi, fatti e dati che a norma di legge devono essere sottoposti al controllo e alla vigilanza di autorità indipendenti e soggetti che svolgono funzioni di tutela dei diritti delle persone quali sono innanzitutto, in ogni ordinamento democratico, gli avvocati”. Il limite contrasterebbe “con le norme che garantiscono diritti e libertà delle persone trattenute e con quelle che disciplinano l’accesso ai centri per il rimpatrio”, compresa la “Direttiva Lamorgese” del 19 maggio 2022. La Commissione ha annunciato di voler chiedere chiarimenti al Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del Viminale, “nel frattempo, si vuole rendere pubblica la straordinarietà del fatto - scrive la Camera penale - un apparato amministrativo dello Stato che impedisce ad avvocati, cioè ai tutori della legalità e dei diritti di tutti, di rivolgere lo sguardo lì dove lo Stato esercita la sua forza restrittiva, come se la trasparenza fosse un ostacolo alla sicurezza, anziché una garanzia di democrazia. Di una democrazia in salute, che non ha timore di una pluralità di sguardi, anche sui suoi lati più oscuri”.
A spiegare al Dubbio la situazione è l’avvocata Emilia Rossi, che ha tentato la visita insieme ai colleghi Roberto Capra, Matteo Ferrione, Elisa Costanzo e Benedetta Perego. “Non basta una circolare per stabilire chi può entrare e come. Servono ancoraggi normativi. O c’è un divieto o non si comprende la natura di questa decisione - spiega Rossi -. Noi siamo avvocati: chi più di noi deve verificare se in determinati luoghi i diritti, a cominciare da quelli di difesa, sono rispettati o no?”. Riferimenti normativi veri e propri, afferma Rossi, non ce ne sono, perché nonostante le insistenze delle associazioni, nonché del Garante nazionale, affinché si adottasse la disciplina dei Cpr con una norma di rango primario ciò non è mai avvenuto.
Quindi a valere, al momento, è la Direttiva Lamorgese, alla quale Rossi ha contribuito, all’epoca, quale membro dell’Ufficio del Garante, e “nella quale non c’è niente che legittimi questo tipo di restrizioni. C’è scritto che, per i soggetti che non sono automaticamente autorizzati, deve essere chiesta l’autorizzazione, spiegandone i motivi: tutte cose che noi abbiamo fatto. Non c’è scritto, in ogni caso, che il ministero stabilirà fino a dove possono arrivare”.
Il paradosso è che negli istituti penitenziari l’attività di controllo delle Camere penali consente l’accesso alle sezioni detentive, fin dentro le celle. “Com’è possibile che io possa visitare le celle dei detenuti e non posso entrare nel cortile del Cpr?”, continua Rossi. La stessa cosa, aggiunge la legale, è successa con l’Istituto penitenziario minorile: anche lì l’ingresso alle aree detentive “ci è stato impedito, in quel caso per ragioni di privacy dei giovani detenuti”.
Anche i colloqui con i migranti sono soggetti a consenso. Ma “noi non facciamo interviste - spiega ancora Rossi -, veniamo circondati dalle persone, ognuna delle quali ha qualcosa da raccontarci, senza nemmeno fargli domande. E per quanti limiti possa mettere un’autorità amministrativa in un sistema democratico, non ci sarà niente che impedirà a un avvocato di ascoltare una persona”. Il problema è che non esiste un’interpretazione autentica di cosa siano gli “spazi comuni”.
E nonostante la direzione del Cpr abbia riferito di una serie di attività all’interno del Centro, “noi non l’abbiamo potuto verificare”. Nel Cpr di Torino, continua Rossi, “ci sono cinque persone in questo momento con patologie neurologiche ed epilessia. E una di queste noi l’abbiamo incontrata e ci ha raccontato di sua spontanea volontà che aveva due ferite sulla testa perché, naturalmente, quando hanno le crisi cadono”. E queste persone sono state dichiarate idonee a stare in un Cpr. “Quando vengono toccate le libertà degli avvocati - conclude Rossi - non è mai un buon segno”. Abbiamo provato a contattare il Viminale per una replica, ma al momento di andare in stampa non abbiamo ricevuto risposta.









