di Davide Ferrario
Corriere di Torino, 26 maggio 2026
Dietro il linguaggio aziendale, la disumanizzazione dei trattenuti. Cosa rivela la sentenza sui gestori di corso BrunelleschiCome tanti, ho seguito le cronache del processo per il suicidio di Moussa Balde nel Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr, le strutture detentive istituite per trattenere gli stranieri privi di un regolare titolo di soggiorno, in attesa dell’esecuzione dei provvedimenti di espulsione o respingimento) di corso Brunelleschi, conclusosi con la condanna della direttrice e della società che lo gestisce, sentenza di cui sono state pubblicate da poco le motivazioni.
Nella linea di difesa dell’imputata colpiva l’insistenza sul fatto di essere solo una funzionaria incaricata della gestione di una struttura privata e quindi di non poter essere equiparata alla direttrice di un carcere, con tutte le responsabilità che ne conseguono. Linea ritenuta non credibile dai giudici, la cui sentenza getta una luce crudelmente rivelatrice sulla natura dei Cpr, non-luoghi concretissimi delle nostre città che vivono di fatto fuori dalle regole del diritto: un limbo che, tramite la gestione da parte di aziende esterne, si sottrae ai doveri dello Stato di tutelare diritti e salute di chi si trova in sua custodia. Sono particolarmente dure le parole dei giudici quando dicono che il ragazzo della Guinea subì, al Cpr, un processo di “animalizzazione e deumanizzazione”. Diventa perciò crudele verificare come ai fatti corrispondano certe parole. Basta andare sul sito di Gepsa, la società francese (condannata) che gestisce il Cpr. Il banner d’apertura la presenta con orgoglio come “il parter di riferimento del facility management in ambienti sensibili dove il livello di sicurezza richiesto, o dall’attività, o dagli occupanti, rappresenta una posta in gioco specifica”.
Una “posta in gioco specifica”? All’inquietante vaghezza del concetto basta opporre, per chi ci sia mai passato davanti, la brutale immagine del portone di via Brunelleschi. Sul sito si legge anche: “Da 30 anni Gepsa ha sviluppato un know-how unico, in una logica di accompagnamento del cliente verso l’eccellenza”. Chissà di quale eccellenza si parla nel caso di Torino, ma ancora più ambigua è l’idea del cliente a cui ci si rivolge: l’ente che paga (che, come lo Stato italiano, ha tutto l’interesse a risparmiare) o i poveracci che finiscono nella facilty?
Altrove si legge che “il responsabile di sito opera come il capo d’orchestra. Coordina e gestisce attività nel rispetto del capitolato d’oneri, del budget e degli indicatori di performance fissati”. Insomma, si comporta come il dirigente che la direttrice condannata pensava di essere, rispondendone non ai trattenuti nel centro, ma al “cliente”. Ancora: “I valori fondamentali di Gepsa mettono il fattore umano al centro dell’azione. Fornire servizi in ambienti sensibili non è più solo una questione di tecnicità e di esperienza, significa innanzitutto saper relazionarsi e capire gli stati d’animo”.
Di nuovo, leggere in parallelo queste parole con le frasi della sentenza sulla “animalizzazione” di Moussa Balde ci fa capire quanto il presunto efficientismo aziendalista sia talvolta solo un’ipocrita copertura all’inferno quotidiano di questi “ambienti sensibili”. Sarà per quello che nel sito non c’è una sola foto di uno dei centri gestiti dalla società, ma solo immagini di funzionari sorridenti e benvestiti (uno anche di colore) in uffici luminosi e rassicuranti. Sono decenni che ci facciamo incantare da questi discorsi che coprono, con anglismi e tecnicismi, il progressivo affermarsi di un potere sempre meno democratico e sempre meno controllato. È il caso di cominciare a usare altri linguaggi e altri significati: come quello che assegna alla parola “sensibile” non già l’idea di “problematico”, ma di “empatico”. A meno che l’intenzione sia proprio di considerare l’empatia umana come un pericolo pubblico










