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di Giansandro Merli

Il Manifesto, 12 dicembre 2025

Il dato sulla struttura aperta a ottobre 2024 è aggiornato al cinque dicembre scorso ed è ufficiale. I migranti stranieri rimpatriati dal Cpr di Gjader, passando per l’aeroporto di Roma Fiumicino, sono 54 in totale. Tra loro: cinque bengalesi, nove pakistani, undici nigeriani, due moldavi, un georgiano, due senegalesi, undici algerini, quattro indiani, tre turchi, un ivoriano, un kazako, un marocchino, un honduregno, un ghanese e un camurense. Il dato sulla struttura aperta a ottobre 2024 è aggiornato al cinque dicembre scorso ed è ufficiale: lo contiene la risposta del ministero dell’Interno a un accesso civico generalizzato presentato dall’avvocata Giulia Crescini, per il progetto Inlimine dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione.

Nel documento il Viminale conferma poi un rimpatrio effettuato direttamente da Tirana. Cinque cittadini egiziani spediti al Cairo il 9 maggio 2025 su un charter organizzato dal Servizio immigrazione e appartenente alla compagnia Malta MedAir. Il caso era stato rivelato da altreconomia e sollevato in aula dalla deputata dem Rachele Scarpa (ma il ministro dell’Interno aveva risposto solo a mezzo stampa).

I cinque migranti erano stati trasferiti in Albania appena una settimana prima. L’operazione è servita a testare le strutture d’oltre Adriatico come return hubs extra europeo. Ovvero la principale novità del regolamento rimpatri di cui stanno discutendo le istituzioni dell’Unione. Quando sarà approvato sostituirà l’attuale direttiva, che però vieta le espulsioni da paesi terzi. L’Italia ha dunque violato apertamente il diritto Ue. E anche questo è un test, di grande rilevanza.

Intanto ieri il protocollo Roma-Tirana è finito al centro delle domande dei cronisti a margine del dibattito sulla riforma della magistratura ad Atreju, la kermesse di Fratelli d’Italia. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio e la giudice Silvia Albano hanno dato risposte opposte a domande simili. Secondo il guardasigilli le proposte di modifica ai regolamenti e la lista comune sui “paesi di origine sicuri” uscite dal Consiglio dell’Ue di lunedì scorso sbloccherebbero “i centri in Albania in misura rilevante, risolvendo al 99% tutte le incertezze giurisprudenziali”. Per Nordio se la lista viene dall’Unione diventa “vincolante peri nostri giudici, rendendo superflua qualsiasi altra interpretazone”. Una tesi alquanto spericolata, se non esplicitamente contraria a quanto stabilito ad agosto dalla Corte di giustizia di Lussemburgo.

“Non posso dare un giudizio perché non ho ancora studiato le norme, ma il nuovo regolamento procedure prevede gli stessi presupposti di prima per definire un paese sicuro: non cambia molto. La lista comune è una proposta della Commissione, non è diritto Ue. Il diritto Ue è il regolamento. I giudici dovranno verificare se quei paesi sono sicuri in base al nuovo regolamento procedure che entra in vigore a giugno”, ha affermato Albano, presidente di Magistratura Democratica. La giudice ha poi chiarito che “in Albania c’è stata un’estensione della giurisdizione italiana, mentre i trasferimenti in paesi terzi sicuri dei richiedenti asilo affidano queste persone a un altro paese. Sono due cose diverse”.