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di Francesca Sforza

La Stampa, 30 ottobre 2024

Il Bangladesh può definirsi un Paese sicuro? Secondo il governo italiano sì, tanto che lo ha inserito nella lista aggiornata del Decreto seguito al pasticcio dell’hub albanese. Secondo un cittadino bengalese no, tanto che ha presentato ricorso al tribunale di Bologna facendo presente che nel suo caso il rimpatrio tutto potrebbe essere tranne che il ritorno in un posto sicuro. Effettivamente, in Bangladesh, alcune categorie di cittadini sono più a rischio di altre: gli omosessuali per esempio, che se individuati rischiano la reclusione a vita. Legittimo dunque che il tribunale di Bologna, facendo seguito al ricorso, si rivolga alla Corte europea del Lussemburgo per avere delucidazioni: il Bangladesh è o no un paese sicuro? Come collocare giuridicamente il fatto che possa essere “parzialmente” sicuro, o comunque non sicuro per tutti allo stesso modo?

Meno sensato però affiancare alla domanda una valutazione che non solo appare clamorosamente fuori luogo, ma, cosa forse più grave, sembra anche una risposta. “Salvo casi eccezionali - scrivono i giudici di Bologna - la persecuzione è sempre esercitata da una maggioranza contro alcune minoranze, a volte molto ridotte. Si potrebbe dire, paradossalmente, che la Germania sotto il regime nazista era un paese estremamente sicuro per la stragrande maggioranza della popolazione tedesca: fatti salvi gli ebrei, gli omosessuali, gli oppositori politici, le persone di etnia rom ed altri gruppi minoritari, oltre 60 milioni di tedeschi vantavano una condizione di sicurezza invidiabile”.

Non sappiamo se era possibile formulare in una sola frase un così consistente numero di errori concettuali, ma proviamo comunque a sintetizzarli: intanto “la condizione di sicurezza invidiabile” applicata alla Germania nazista rinnega la quotidianità cupa e violenta di quegli anni (un solo libro, a caso: “Ognuno muore solo” di Hans Fallada).

A seguire, l’allusione secondo cui il regime nazista appartiene a un orizzonte di senso paragonabile al governo italiano, cosa che davvero tracima dalle coordinate del dibattito pubblico in un paese democratico come il nostro, con tutte le sue imperfezioni. Infine, la drammatica e un po’ ingenua caduta nel cosiddetto “algoritmo Hitler”, ovvero lo sbocco più vieto e infantile verso cui condurre un ragionamento o, come in questo caso, un giudizio.

Gli esperti delle conversazioni sui social network hanno dedicato al tema pagine infinite: ogni volta che in una conversazione entrano le parole “Hitler” o “nazista”, la ragionevolezza lascia il posto agli insulti e alle risse, e ogni tentativo di leggere i fatti e la realtà si trasforma in presa di posizione e rinuncia definitiva al dialogo. In genere per arrivare al “momento Hitler” ci si mette un po’, argomentativamente parlando, ma in questo caso no: lo si è messo nero su bianco con la sicumera di chi si si sente dalla parte del giusto. Una mossa che certo non aiuta la dialettica tra governo e magistratura, e che è molto poco in linea con quella de-escalation chiesta proprio pochi giorni fa dal presidente Mattarella