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di Giacomo Guarini

Il Manifesto, 5 febbraio 2025

“Si è interrotto il legame diretto tra la prima e la seconda accoglienza. Una volta ottenuto il riconoscimento della protezione internazionale, molti migranti ospiti del Centro accoglienza richiedenti asilo di Bari si ritrovano a vivere per strada, senza casa e cibo, privi di diritti”. Un limbo che, secondo lo sportello sindacale Fuorimercato, “è funzionale a soddisfare la richiesta di manodopera da parte di quei settori produttivi che necessitano di forza lavoro usa e getta” e che trova un forte bacino di prelievo in un contesto caratterizzato da profonda incertezza. Da un lato, infatti, la presenza di una struttura di prima accoglienza, pensata per una permanenza transitoria e ubicata all’interno di una base militare in prossimità dell’aeroporto di Bari Palese, totalmente sconnessa dal tessuto cittadino. Dall’altro una Commissione territoriale che presenta “lunghissimi tempi di attesa” per ascoltare i richiedenti asilo e concedere il riconoscimento della protezione internazionale (oltre un anno a fronte di un iter stimato tra i tre ai sei mesi, con ritardi estremi anche nella comunicazione dei risultati del colloquio).

“La protezione, una volta ottenuta, rimane di fatto mera formalità. Con lo smantellamento delle strutture del Sistema di accoglienza e integrazione - prosegue Fuorimercato - la sorte delle persone migranti che ricevono la protezione internazionale non cambia. Il diritto a un alloggio, sia pure per un tempo limitato, è uno dei tanti a non essere riconosciuto. Il paradosso è che senza un domicilio non possono tramutare in documenti la protezione internazionale, cioè ottenere quella card che gli permette di accedere ai servizi di base come l’assistenza sanitaria o di circolare liberamente. Così vengono messi in una specie di lista d’attesa dai comuni. Nel frattempo dove e di cosa vivranno? Sta succedendo qualcosa di gravissimo. Si ha l’impressione che queste persone debbano rimanere invisibili, dunque facilmente ricattabili. È per questo che sul posto di lavoro non esistono contratti, buste paga e protezione medica o legale”.

Un ex utente del Cara: “Vivo già per strada. A molti altri è stato detto di lasciare il centro entro la prossima settimana. Non sappiamo dove andare. Sono in tanti nella mia condizione e se ne aggiungeranno altri”. Numerosi sono i casi di persone che restano nella struttura per oltre un anno. E se è vero che spesso gli ospiti, a causa di stress e incertezza circa il proprio destino, manifestino i maggiori problemi di natura psicologica, il dopo Cara presenta gli stessi oscuri presagi. Le condizioni igienico sanitarie quantomai precarie di container dormitorio sovraffollati non si scostano particolarmente da quelle del ciglio di una strada in periferia. Dalla sensazione di isolamento sociale e segregazione degli ospiti dalla comunità di riferimento, all’emarginazione sociale più tangibile.

In questa realtà, invisibile che continua a essere alimentata, per la terza volta sono trasferiti i migranti inizialmente trattenuti nel centro in Albania, a Gjader. L’ultima volta dopo la sentenza della Corte d’appello di Roma di non convalidare della detenzione. I migranti, ancora una volta, hanno chiesto alla prefettura e alle istituzioni locali di porre rimedio alla situazione: “Consentire la procedura per avere quanto previsto con apposite leggi”. Dopo la controversa morte di Bangaly Soumaoro all’interno del centro barese, lo scorso 4 novembre, e le rimostranze per le pessime condizioni igienico sanitarie successive, la lotta degli “invisibili” che ruotano attorno al Cara di Bari non si arresta.