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di Lorenzo D’Agostino

Il Manifesto, 20 luglio 2025

Libia Alà Faraj è un ex calciatore libico in cella da 10 anni in Italia. Condannato, nonostante molti ragionevoli dubbi, con l’accusa di essere uno scafista responsabile della morte di 49 persone. “Ha detto: Il 9 di luglio è la mia data di nascita”, riferisce l’avvocata Cinzia Pecoraro, riagganciando il telefono. Dall’altro lato del filo c’è Alà Faraj, rinchiuso all’Ucciardone di Palermo. “Non è il vero compleanno, vuole dire che è come oggi fosse rinato”, specifica la professoressa Alessandra Sciurba, che di Alà ha curato una raccolta di lettere, in uscita a settembre per Sellerio e conosce il suo modo di esprimersi. Dopo dieci anni in prigione, il trentenne libico parla un perfetto italiano, ma restano le sfumature culturali. Capirsi non è facile.

Il 9 di luglio Alà si sente rinato perché, per la prima volta da quando è stato accusato di essere uno scafista e un assassino, i suoi genitori sono venuti a trovarlo. Dieci anni fa la marina italiana lo salvò su un peschereccio con 49 morti. Asfissiati nella stiva, dissero i medici legali. Ammazzati, secondo i tribunali, da Alà e sette suoi complici, il presunto equipaggio di un barcone pilotato da un tunisino reo confesso che ha giurato, non creduto, che gli altri imputati non avevano alcun ruolo a bordo. Le famiglie di tre di loro sono arrivate da Bengasi per una visita organizzata in gran segreto dall’ambasciata libica. Pecoraro ripete le parole di Alà: “Ha detto: Avere la famiglia accanto è una cosa strana, che tu ti stacchi dal mondo, non senti più il tempo, ti dimentichi del posto… io oggi ho scoperto il vero significato del bello”.

Sono le sei del pomeriggio e le famiglie libiche hanno appena lasciato lo studio di Pecoraro, sospinte da due funzionari dell’ambasciata, che hanno fretta di riportarle in aeroporto. Non hanno gradito la presenza di una troupe del Tg3, invitata a registrare un appello della madre di Faraj: “Chiedo al primo ministro italiano di prendere in considerazione la vicenda di mio figlio: lui è un calciatore, è venuto qui da ragazzino, ed è innocente”. La signora non riesce a trattenere le lacrime e chiede all’operatore un momento per ricomporsi. “No no, se piange è meglio!”, esclama l’avvocata.

Pecoraro viene spesso paragonata a un mastino, per la tenacia con cui difende i suoi clienti. Un mastino, forse, è più sensibile. Ma è anche grazie a lei che su questa storia non è calato lo stesso silenzio che opprime tanti altri presunti scafisti sepolti nelle carceri italiane. “Io ho dei ragazzi che rischiano di farsi altri vent’anni da innocenti e voi dite che non se ne deve parlare?”, ha urlato ai funzionari che le rimproveravano la presenza dei giornalisti. Lei stessa non era stata avvisata dell’arrivo a Palermo delle famiglie dei suoi assistiti, ma è difficile tenere nascosta una cosa così.

I funzionari temono che la pubblicità metta a rischio un accordo tra Italia e Libia per il rimpatrio dei detenuti, che sconterebbero la pena nel paese d’origine. Il negoziato ruota attorno a questo caso e va avanti da anni. Sei mesi fa sembrava cosa fatta: l’accordo era stato approvato nell’ultimo Consiglio dei ministri prima di Natale. In Italia la notizia è passata quasi inosservata, la stampa libica ne ha parlato con entusiasmo. A gennaio, pur mancando la ratifica parlamentare, il Libya Observer dava per probabile entro l’inizio del Ramadan il rientro in patria dei “calciatori di Bengasi” (tutti ormai associati alla professione che in verità il solo Alà svolgeva).

Poi è esploso il caso Almasri, il torturatore ricercato dalla Corte penale internazionale che l’Italia ha scarcerato per rimandarlo a Tripoli con gli onori di Stato, e nello stesso periodo lo scandalo Paragon, il programma spia usato dal governo italiano contro attivisti e giornalisti. Tra loro l’attivista libico Osama El Goumati, che al giornalista Marco Lillo ha dichiarato: “Sono stato hackerato mentre mediavo con i servizi per la liberazione dei calciatori di Bengasi”.

Così salta tutto. Le condizioni per restituire alla Libia quelli che l’Italia considera trafficanti e assassini non ci sono più. Per tenere tranquille le famiglie, che sui social iniziano a vociare contro l’ambasciata, arrivano i permessi per questa visita. Ma senza fare rumore: “Questo è un affare di Stato”, si lascia sfuggire un funzionario per calmare la furia dell’avvocata. Un affare di stato: di prima mattina all’Ucciardone, in attesa delle famiglie, era arrivata una telefonata dai piani alti del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria per raccomandare “la massima attenzione con questa visita”. “Massima attenzione in che senso?”. “Nel senso di facilitare le cose. Che se manca qualche documento, non mandarli a fare in culo come faremmo con qualsiasi cittadino italiano!”, dice, ridendo, un secondino. Ma un cittadino italiano non avrebbe neanche subito un processo per omicidio così approssimativo.

Dopo la visita dei parenti, durata poco più delle tre ore concesse, è il turno dei funzionari dell’ambasciata. La madre di Alà siede in sala d’attesa accanto a quella di Tarek Laamami, che ha una gamba ingessata. Appaiono entrambe scosse, con gli occhi lucidi. Gli uomini fumano fuori. C’è anche un professore di Bengasi, insegna geometria a Palermo. È qui perché crede all’innocenza dei “calciatori”. Fa da interprete mentre si discute del perché siano stati arrestati proprio quei ragazzi. “Perché sono libici”, sintetizza. È anche il senso della testimonianza dell’ispettore Santo Macaluso, che a processo ha raccontato di averli individuati appena salito sulla nave di soccorso: “Ho notato un movimento strano di alcuni migranti che si distinguevano dagli altri, subito, per il colore della pelle, che era molto più chiaro rispetto agli altri”. Poi ci sono i verbali di polizia. Le dichiarazioni dei testimoni che raccontano le violenze contro i passeggeri nella stiva sono praticamente identiche, ripetute parola per parola, errori di battitura compresi. Copiate e incollate da un verbale all’altro. Un dettaglio che non sembra sorprendere molto il padre di Alà. Ma chissà fino a che punto ci si capisce attraverso l’interprete. Capirsi non è facile.

E invece per polizia e magistrati è stato facile capirsi con i nove testimoni stranieri che, poche ore dopo lo sbarco, hanno ricostruito oltre ogni ragionevole dubbio la dinamica della morte di 49 persone nella notte di Ferragosto 2015.

Si sono capiti facilmente con quattro donne ivoriane che sugli album fotografici non hanno riconosciuto i loro mariti e fratelli morti, ma con certezza otto membri dell’equipaggio (una ha provato a ritrattare in lacrime davanti al giudice: “Non ho riconosciuto nessuno”. Nessuno l’ha ascoltata). Con un cittadino pakistano di lingua urdu interrogato con interprete dall’inglese, che non parla. Con un profugo sudanese rinchiuso in stiva che a processo giura: a bordo non ci furono violenze, in stiva nessuno si muoveva per paura di affondare. Con tre migranti marocchini, uno dei quali nega di aver mai firmato gli album fotografici, ma poi accetta di riconoscere come suoi gli scarabocchi accanto alle foto degli imputati. Con tutti si sono capiti, e tutti, per la loro collaborazione, hanno ottenuto un permesso di soggiorno. Pene di trent’anni per i cinque imputati che hanno scelto il processo ordinario, venti per i tre che hanno chiesto l’abbreviato.

Da allora non si è smesso di far politica sulla pelle degli otto detenuti. Cinque anni fa, quando 18 pescatori di Mazara del Vallo furono sequestrati in Libia per un conflitto sulle zone di pesca, qualcuno ipotizzò uno scambio: “I vostri pescatori in cambio dei nostri calciatori”. La proposta, respinta, fu definita “ripugnante” dal procuratore di Catania Carmelo Zuccaro. Il signore della guerra Haftar la abbandonò in cambio di una legittimazione internazionale: un viaggio a Bengasi di Conte e Di Maio, con foto di famiglia. Zuccaro, lo stesso pm che una volta accusò le navi ong di coltivare piani segreti per destabilizzare l’Italia, definì la vicenda dei giovani libici “un episodio fra i più brutali mai registrati”. Disse, senza saperlo, la verità.