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di Tonia Mastrobuoni

La Repubblica, 4 agosto 2022

Allarme sulla tutela delle minoranze. Voci di un tour della leader di Fratelli d’Italia a Berlino e Parigi. Via al piano anti-sovranista europeo: 22 paesi pronti all’accoglienza di chi arriva dal Mediterraneo.

Forse c’è un modo per disinnescare Giorgia Meloni, la possibile prossima premier italiana che fa paura all’Europa. Su un tema prevedibilmente caldo della campagna elettorale, l’immigrazione, a Parigi, Berlino e Bruxelles lavorano da mesi. E nelle tre capitali si è negoziata e chiusa nelle ultime settimane l’intesa più rilevante da anni. Prima della fine di agosto - e dell’ultimo miglio della campagna elettorale italiana - migliaia di migranti sbarcati sulle coste italiane o greche o spagnole saranno ricollocati in ben 22 Paesi, e non solo Ue: ci sono anche l’Islanda, la Svizzera e altri partner Schengen. È il cosiddetto “Malta 2”, l’accordo della “coalizione dei volenterosi” che d’ora in poi garantirà la redistribuzione di molti migranti dai Paesi affacciati sul Mediterraneo come il nostro.

Nell’immediato, la Germania e la Francia accetteranno la quota più generosa, rispettivamente 3.500 e 3.000 migranti. Un dettaglio importante riguarderà anche la tipologia delle persone da ricollocare: non saranno solo profughi, anche i cosiddetti “migranti economici” che sono il cuore della propaganda delle destre sovraniste.

Secondo importante dettaglio: ai Paesi più colpiti dall’immigrazione saranno riconosciuti 160 milioni di euro di fondi Ue più altre quote aggiuntive dei 22 Paesi che hanno aderito all’accordo. “E all’Italia - annuncia una fonte diplomatica - toccherà la parte da leone”.

Terzo dettaglio, fondamentale dal punto di vista politico: 8 miliardi di euro saranno destinati ai Paesi d’origine dei migranti e i respingimenti lì saranno enormemente rafforzati - una fonte comunitaria la battezza “politica europea dei rimpatri”. Ciò dovrebbe togliere forza a un altro argomento della campagna elettorale di Fratelli d’Italia. Altro particolare piccante: gli unici due Paesi che si sono rifiutati sia di aderire all’accordo sui ricollocamenti sia di concedere fondi all’Italia e agli altri partner affacciati sul Mediterraneo sono l’Ungheria e la Polonia, guidati da due storici alleati di Giorgia Meloni, Orban e Morawiecki.

Ieri girava voce che la leader di Fratelli d’Italia voglia incontrare il cancelliere tedesco Scholz e il presidente francese Macron. Una notizia ancora non smentita né confermata ma che a Berlino viene accolta con il consueto pragmatismo. “Abbiamo l’impressione che sia interessata a un dialogo costruttivo”. Ma è altrettanto chiaro che nelle due capitali ci sono delle linee rosse: il famoso comizio di Meloni in Andalusia è stato uno shock, a nord delle Alpi. Sul fascismo e sull’antisemitismo non si scherza, in Europa.

Anche se Meloni volesse immettersi sulla scia dei suoi modelli, Polonia e Ungheria, sulla lesione dei diritti delle persone lgbt+ o sulle minoranze, l’altolà sarà immediato. “Sui diritti umani non si negozia” fanno sapere da Berlino. Diverso il discorso sull’aborto: lì l’Europa ha dovuto riconoscere a Varsavia il diritto a legiferare in autonomia e di abolirlo quasi del tutto. Più difficile intervenire in quel campo, secondo Berlino. Mentre una fonte politica francese ricorda che Macron ha una posizione diversa: il presidente francese voleva inserire il diritto all’aborto nella Carta dei diritti fondamentali dell’Ue. E a Parigi non hanno neanche dimenticato, ricorda la fonte, “che Meloni è stata l’unica a opporsi al Trattato dell’Eliseo” tra Francia e Italia. Un terzo elemento che angoscia Parigi e Berlino è l’annuncio di Meloni di voler far prevalere il diritto nazionale su quello europeo, copiato da Marine Le Pen: “rischia di disgregare l’Europa”, avverte la fonte.

Poi c’è l’economia. È vero che la Bce ha appena varato uno scudo anti-spread. Ma la ‘conditio sine qua non’ per beneficiare della protezione contro gli spread eccessivi è che l’Italia sia in regola con il Patto di stabilità e con i parametri per ricevere i soldi del Recovery Fund. Soprattutto: “la decisione finale è demandata al Consiglio direttivo” ricorda una fonte della Bce, dove siedono anche i falchi che in caso di grossi sforamenti del deficit e sfide al Recovery potrebbero bloccare tutto, lasciando l’Italia in balia degli spread alle stelle.

Infine, nel prossimo autunno si entrerà nel vivo della riforma del Patto di stabilità: anche qui i “soliti” tedeschi, olandesi, finlandesi o austriaci potrebbero tirare il freno a mano sulle modifiche chieste apertamente da Mario Draghi come il taglio del debito concordato con la Commissione Ue o l’esclusione di determinate spese per investimenti dal disavanzo. Lo slogan di Meloni: “meno Europa ma meglio” dimentica sempre un dettaglio: è l’Italia, con il suo debito pubblico al 150% ad aver bisogno dell’Ue e della Bce.