di Marina Lomunno
vocetempo.it, 20 febbraio 2026
Giro di vite sulle migrazioni, ma scricchiola il Cpr di Torino. Parlano Lucia Bianco, vicepresidente del Gruppo Abele, e Giovanni Belingardi, referente dell’Associazione Famiglie accoglienti. Mentre mercoledì 11 febbraio scorso il Tribunale di Torino ha condannato ad un anno di reclusione (con la condizionale) Annalisa Spataro, all’epoca direttore del Centro di permanenza per il rimpatrio cittadino (Cpr) per conto della società di gestione della struttura Gepsa, nel Cpr di Bari moriva per cause ancora da accertare un giovane di 26 anni marocchino. Ancora, qualche giorno dopo, sei medici dell’ospedale di Ravenna vengono indagati per aver negato l’ingresso nei Centri a persone straniere perché non ritenute idonee causa patologie infettive e psichiatriche. Tre fatti, in meno di una settimana, che confermano la problematicità dei 10 Cpr della nostra Penisola che, più che Centri di permanenza per il rimpatrio, somigliano a luoghi di detenzione con tutte le criticità che affliggono le carceri italiane.
Ma andiamo per ordine. Ci sono voluti ben 5 anni per far luce sui fatti del 23 maggio 2021, quando Moussa Balde, 23enne guineiano si impiccò nel Cpr di Torino dopo l’arresto a Ventimiglia perché privo di documenti e rinchiuso nella struttura di corso Brunelleschi. Per l’accusa, le condizioni di vulnerabilità psichica di Balde furono sottovalutate: i suoi familiari, costituiti parte civile con l’avvocato Gianluca Vitale, hanno ottenuto un risarcimento di oltre 350mila euro che dovranno essere versati da Annalisa Spataro e dalla Gepsa. Una vicenda che suscitò sdegno e che ha impegnato l’allora garante dei detenuti Monica Gallo ad avviare il processo di cui si è costituita parte civile.
Il Cpr torinese, dopo il suicidio di Moussa e a causa di tensioni, rivolte e disordini, era stato chiuso a marzo 2023 per poi essere riaperto nel 2025 dopo lavori di manutenzione. Attualmente solo tre aree su sei sono agibili, affidate al gruppo Sanitalia che si è aggiudicato il bando da 8,4 milioni di euro per la gestione della struttura che ha una capienza di 60 persone ma ne può ospitare al massimo 70. E per opporsi alla sua riapertura è nata nel dicembre 2024, nella sede della Circoscrizione 3 territorio in cui sorge il Cpr, la “Rete torinese contro tutti i Cpr” intitolata a Moussa Balde. Un’iniziativa di cittadinanza attiva che da subito ha appoggiato il percorso per ottenere verità e giustizia da parte della famiglia del giovane e per chiedere appunto la chiusura di tutti i Centri per il rimpatrio. Vi aderiscono 30 realtà torinesi - istituzioni, sindacati enti del Terzo settore, tra cui Circoscrizione 3, Cgil, Pastorale migranti della diocesi, Gruppo Abele, Acli, Agesci, Gioc, Associazione famiglie accoglienti.
Delle condizioni drammatiche dei Cpr - documentate anche nel recente rapporto a cura del Tavolo asilo e immigrazione “Cpr d’Italia: istituzioni totali” pubblicato nel gennaio 2026 - ne abbiamo parlato con Lucia Bianco, vicepresidente del Gruppo Abele, e Giovanni Belingardi, referente dell’Associazione famiglie accoglienti. “Nella struttura, che dipende dalla Prefettura dove dovrebbero stazionare i migranti in attesa di un provvedimento di espulsione non come detenuti e per massimo 18 mesi (salvo rimpatri) trattenuti perché privi di documenti o con irregolarità e scadenze dei permessi di soggiorno, in realtà vivono persone in condizioni disumane senza percorsi educativi come corsi di formazione al lavoro utili per l’integrazione una volta usciti. Oltretutto nei Cpr non è possibile verificare le condizioni dei ristretti perché solo a parlamentari, garanti e consiglieri regionali è permesso l’accesso e con difficoltà agli avvocati degli internati” precisa Giovanni Belingardi. “Inoltre, secondo i dati più recenti solo il 10% dei trattenuti con provvedimento di espulsione vengono effettivamente reimpatriati. Dati che confermano che i Cpr sono strutture che non ottemperano agli obiettivi per cui sono stati istituiti - la sosta prima del rientro nel Paese d’origine - perché le procedure di rimpatrio non funzionano. Senza contare la situazione di sofferenza e degrado oltre alla mancanza di cure mediche salvo un utilizzo elevato di psicofarmaci non giustificato dalle condizioni di salute dei ristretti”.
Tra i motivi per cui i rimpatri sono difficoltosi vi è la provenienza delle persone fermate e chiuse nei Cpr perché molti di loro provengono da Paesi con i quali non esistono accordi bilaterali (o con l’Unione europea) di riammissione. “Dunque perché trattenere in un luogo disumanizzante e intrinsecamente patogeno, come l’Oms definisce i Cpr, persone che ad esempio escono dal carcere perché hanno scontato la loro pena, mentre potrebbero tornare in libertà e con opportune politiche di reinserirsi nella società nella legalità?” domanda Lucia Bianco.
E che i Cpr siano luoghi dove il tempo passa inutilmente, quando non peggiora la condizione dei ristretti, lo evidenziano alcune storie di migranti. Ad esempio quella di Hamid Badoui, cittadino marocchino di 42 anni suicidatosi in cella nel carcere di Torino nel maggio scorso. “Noi del Gruppo Abele non potremo mai dimenticare Hamid” racconta Lucia Bianco “la sua storia è la testimonianza di quanto i Cpr siano dispositivi disumanizzanti. Il carcere aveva rappresentato per Hamid un momento di svolta: proprio durante la detenzione aveva deciso di provare a cambiare la sua vita di tossicodipendente, e una volta scontata la pena da tempo gli stavamo accanto per aiutarlo ad uscire dalla dipendenza dal crack. Lo avevamo conosciuto nel nostro Drop-in in Barriera di Milano. Tutto era pronto per quando fosse tornato libero: la sorella lo aspettava a casa, gli appuntamenti col medico erano già fissati, e intanto lo seguivano gli operatori interni alla struttura. Aveva promesso di non tornare a bazzicare in Barriera di Milano, perché temeva di ricadere subito nei vecchi giri. Per questo non ci siamo allarmati quando non l’abbiamo visto ricomparire nei nostri centri di strada. Ma ad un certo punto abbiamo saputo che era stato di nuovo arrestato”.
E dalla sua cella questa volta non uscirà più né potrà realizzare il desiderio di uscire dalla schiavitù della droga. Il secondo arresto gli fece ritornare alla mente un’ossessione del passato, quella del Cpr. E gli amici del Gruppo Abele hanno capito la sua paura ricostruendo la sua storia dopo il suicidio. “Hamid subito dopo la scarcerazione. poiché non aveva rinnovato i documenti di soggiorno” conclude Lucia Bianco “era stato rinchiuso in un Cpr e dopo qualche settimana dall’Italia trasferito in Albania, mesi terribili come ha descritto ai familiari e all’avvocato che hanno lasciato in lui un segno indelebile”. E quando l’hanno arrestato di nuovo ha temuto di essere rimandato in un Cpr che come aveva confessato al suo avvocato: “È meglio il carcere del Cpr, in Albania non ci torno”. Lo spettro del Cpr lo ha convinto a togliersi la vita.









