di Marco Conti
Il Messaggero, 7 luglio 2020
A stento, tra decine di riunioni di maggioranza e un Consiglio dei ministri notturno, parte la Fase 3, ma il tanto auspicato "cambio di passo" auspicato dal Pd nei giorni scorsi, non si vede. Soprattutto non si scorge la prospettiva politica di un governo nato per bloccare l'ascesa del sovranismo leghista, ma che - in assenza di prospettiva - si muove ancora con la logica del costo-benefici e del contratto che animò la stagione giallo-verde.
L'intesa sul decreto semplificazioni è anche frutto di quella tante volte evocata emergenza che costringe tutti a restare al proprio posto, prigionieri di una situazione politica che non consente alternative. Tantomeno di poter fare come in Francia, dove il presidente francese Macron ha cambiato il capo del governo e buona parte dei ministri nel giro di una settimana, piazzando anche al dicastero della giustizia un avvocato.
Si naviga a vista, senza una strategia, con un presidente del Consiglio che media allo sfinimento con le tante anime della maggioranza - soprattutto del M5S - e un Pd in forte fibrillazione interna. L'amalgama tra un movimento antisistema come il M5S e un partito di sistema come il Pd, non avviene e il risultato è un mix di contraddizioni che emergono di continuo non solo nell'esecutivo ma anche in Parlamento dove i decreti hanno tempi di conversione lunghissimi e la composizione tra i gruppi e ancor più complicata di una trattativa tra capidelegazione.
In assenza di sbocchi alternativi, i penultimatum del Pd cadono nel vuoto con sempre maggiore velocità mentre settembre si avvicina e i sondaggi registrano che la discesa della Lega si è arrestata ad un ragguardevole 25% che i dem potrebbero mettere insieme solo se si realizzasse il sogno di Andrea Orlando.
Il "Conte non si tocca" di Dario Franceschini su Repubblica, è quindi il prodotto non di una scelta, ma di mancanza di alternative che però costringe i dem a soprassedere sui decreti sicurezza, che restano il fiore all'occhiello del Conte1, così a come a segnare il passo in Europa sul Mes, malgrado le trattative sui principali strumenti messi a disposizione da Bruxelles le abbiano condotte tre esponenti di spicco del partito: Paolo Gentiloni, David Sassoli, Roberto Gualtieri.
E così, mentre si continua a rinviare su Autostrade, governo e maggioranza lavorano solo sui dossier legati all'emergenza post-Covid o su quelle questioni che naturalmente vanno a scadenza come le missioni militari il cui rifinanziamento, che andrà in aula a metà mese, rischia di riportare le lancette dell'orologio ai tempi del governo Prodi e di Turigliatto vista la contrarietà di una parte dei grillini e del Pd a finanziare la Libia e la sua politica di contenimento degli sbarchi.
Il "non c'è tempo da perdere", riportato nel Piano nazionale di Riforme, a settembre rischia di trasformarsi in un boomerang se ai 266 articoli del decreto Rilancio non seguiranno i decreti attuativi. La lite tra ministri su come erogare gli incentivi per bici e monopattini, dà un po' la misura dello stallo.
Lo stesso che non permette al Pd di incassare almeno un voto sulla riforma della legge elettorale, malgrado i dem abbiano votato in quarta lettura il taglio dei parlamentari e siano più o meno costretti a sostenere la riforma in occasione del referendum di settembre, quando il M5S potrà sventolare la bandiera della presunta vittoria sulla casta e i dem rischiano di fare i conti con l'ennesima sconfitta alle elezioni regionali. Un Pd in piena stagione congressuale rischia di rappresentare per Conte un'insidia maggiore di un M5S acefalo.










