di Irene Famà
La Stampa, 21 marzo 2025
Sparizioni forzate, torture, uccisioni illegali e altri crimini di diritto internazionale. È lunga la lista di accuse che pesano su Abdel Ghani al-Kikli conosciuto come Gheniwa. Il capo delle milizie di Tripoli è tornato in Italia dopo essere stato visto lo scorso luglio alla finale del campionato libico di calcio organizzato a Roma dal governo libico. Al-Kikli guida dal gennaio 2021 l’Autorità per il sostegno alla stabilità (Ass), milizia creata dal governo della Libia incaricata di garantire la sicurezza delle sedi e delle autorità di governo, partecipa ai combattimenti, arresta persone sospettate di reati contro la sicurezza nazionale e collabora con altri organismi di sicurezza.
Nonostante le accuse non è noto se sia tra gli ufficiali libici nel mirino della Corte Penale Internazionale come Al Masri. Ma l’European Center for Constitutional and Human Rights (Ecchr) ha denunciato nel 2022 all’Ufficio del Procuratore della Corte penale internazionale 501 casi di omicidi, stupri e torture. Al-Kikli è tornato in Italia insieme a ambasciatori e l’elite del governo libico, per visitare il ministro libico degli Affari Interni Adel Juma ricoverato in un ospedale romano dopo essere stato ferito in un attentato. Husam El Gomati, il dissidente libico tra gli spiati nel caso Paragon, fa sapere che Al-Kikli è arrivato nella Capitale con un jet privato alle 18 di ieri per poi muoversi verso l’ospedale.
Il 19 aprile 2022 Amnesty International ha scritto alle autorità libiche chiedendo la destituzione di “Gheniwa” e del suo ex vice Lotfi al-Harari da ogni posizione nella quale potrebbero commettere ulteriori violazioni dei diritti umani, interferire in eventuali indagini - sollecitate dall’organizzazione per i diritti umani - o garantirsi l’impunità. “Gheniwa” ha diretto il Consiglio militare Abu Salim, poi Forza di sicurezza centrale-Abu Salim, mentre al-Harari ora dirige l’Agenzia per la sicurezza interna di Tripoli, implicata in gravi violazioni dei diritti umani.
Sono peraltro le stesse autorità libiche ad ammettere il ruolo dell’Ass nelle violazioni dei diritti umani: rappresentanti del ministero dell’Interno di Tripoli hanno confermato ad Amnesty International che l’Ass intercetta migranti e rifugiati in mare e li porta nei centri di detenzione sotto il suo controllo. Il ministero dell’Interno non ha alcun potere rispetto alle attività dell’Ass, poiché questa milizia risponde del suo operato al primo ministro. Le ultime denunce di violazioni dei diritti umani compiute dall’Ass, Amnesty International le ha ricevute durante una sua visita in Libia, nel febbraio 2022.
In quel mese, centinaia di migranti sono stati portati nel centro di detenzione di al-Mayah, gestito dall’Ass: un luogo sovraffollato e dalla scarsa ventilazione, nel quale i detenuti ricevevano poco cibo e ancora meno acqua ed erano costretti a bere quella degli scarichi dei gabinetti. Pestaggi, lavori forzati, prostituzione forzata, stupri e altre forme di violenza sessuale erano all’ordine del giorno. L’Ass non fornisce informazioni sul numero di persone detenute ad al-Mayah né consente l’accesso alle organizzazioni indipendenti. Sempre nel febbraio 2022, secondo l’Organizzazione internazionale delle migrazioni, un’operazione di intercettamento in mare da parte dell’Ass si è conclusa con un migrante morto e altri feriti.
Amnesty International ha rinnovato la richiesta all’Unione europea e agli stati membri di sospendere urgentemente ogni forma di cooperazione con la Libia in tema d’immigrazione e controllo delle frontiere e di assicurare che future forme di cooperazione siano vincolate alla fine, da parte delle autorità libiche, della detenzione arbitraria di migranti e rifugiati e allo svolgimento di indagini efficaci sui crimini commessi ai loro danni.
Migranti. Monsignor Perego: “Il silenzio del Governo sul naufragio nasconde le sue responsabilità”
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 21 marzo 2025
Il presidente della Fondazione Migrantes sui quasi 50 morti davanti Lampedusa: “Bisogna accompagnare le persone, non bloccarle. Dobbiamo difenderci dal riarmo, non dai migranti. Pensare che avere un arsenale pieno sia uno strumento di sicurezza è un’illusione che qualcuno vuole coltivare”. Dieci superstiti, sei cadaveri e altre quaranta persone inghiottite dal mare è il bilancio dell’ennesima strage avvenuta martedì a poche miglia da Lampedusa, nel mutismo di autorità e governo. “Un silenzio che aggrava il disinteresse rispetto a una politica del Mediterraneo che si prenda cura delle persone in fuga”, afferma monsignor Gian Carlo Perego, arcivescovo di Ferrara-Comacchio e presidente della Fondazione Migrantes, organismo pastorale della Confederazione episcopale italiana (Cei).
Il governo non ha rilasciato nessuna dichiarazione su questo grande naufragio. Aveva altre priorità o è una scelta?
Mi pare sia una scelta per cercare di lasciar cadere in secondo piano la sua forte responsabilità, quella di un governo che ha sostanzialmente abbandonato la cura del Mediterraneo e delle persone che lo attraversano. Il silenzio aggrava questo disinteresse a una politica del mare che non sia di abbandono, rimpatrio e affidamento ad altri del doversi occupare delle persone in fuga anziché farlo in prima persona. Con un’operazione che avrebbe dovuto coinvolgere ancora una volta l’Europa.
Anche i media, con poche eccezioni, hanno evitato di dare rilevanza alla nuova strage. Dopo Cutro l’Italia si è stancata di vedere questi morti?
Si è girata dall’altra parte. Purtroppo si mostra disinteresse per l’appello che papa Francesco fece a Lampedusa chiedendo “Dov’è tuo fratello?”, le parole della Genesi con cui il Signore ricordava a Caino di Abele. C’è un’indifferenza che cresce anche dentro un’opinione pubblica fortemente condizionata dall’idea di arrendersi di fronte al dramma di queste persone.
Migrantes ha parlato di “una tragedia evitabile”. Come si possono evitare queste tragedie?
Lo abbiamo detto tante volte. Il Mediterraneo è una delle strade attraverso le quali rigenerare l’Europa con persone che sono in fuga, ma dentro di sé hanno anche tanta speranza, grande capacità e forza di rinnovamento. L’abbandono del Mediterraneo è il primo aspetto colpevole, mentre ci dovrebbe essere attenzione a farlo diventare una strada per vie legali di ingresso, per la capacità di ciascuno di riconoscere in queste persone una risorsa importante per le nostre città che, come sappiamo, stanno morendo. Poi si possono evitare anche attraverso i canali legali, che mancano da vent’anni perché sono sostituiti da quote per quanto riguarda i lavoratori e da nessun interesse, se non quello dei corridoi umanitari, per quanto riguarda i richiedenti asilo e i rifugiati.
Secondo la premier Meloni il modo per fermare le morti in mare è bloccare le partenze. Magari con gli accordi con Tunisia e Libia. È d’accordo?
Assolutamente no. Noi non abbiamo bisogno di bloccare le persone, abbiamo bisogno di accompagnarle nei luoghi, nelle città, nei territori dove hanno già una comunità di riferimento, dove c’è esigenza non di manodopera da sfruttare ma di nuovi lavoratori e nuovi lavori, di persone che con la storia, la freschezza e la capacità che hanno dentro possano da una parte rigenerare le nostre città e dall’altra costituire una risorsa per una vera cooperazione allo sviluppo nel loro paese, come lo furono i nostri emigranti. Non dimentichiamo che le rimesse sono sempre state il volano più importante per la cooperazione allo sviluppo: le politiche migratorie e di sviluppo camminano insieme. Diversamente c’è il rischio che una annulli l’altra.
Secondo il governo un altro strumento per ridurre le traversate sono i centri in Albania, che dovrebbero produrre un effetto dissuasivo. Funzioneranno?
È sotto gli occhi di tutti che, al di là di rappresentare un grande spreco di risorse gettate a mare, al momento sono chiusi. Anche se potrebbero tornare a essere delle carceri, dei lager per persone che si vogliono non rimpatriare ma mandare in un luogo altro rispetto al loro paese. Da questo punto di vista sono una soluzione, oltre che costosa, disumana e già condannata dal diritto internazionale.
Oggi ci sono leader statunitensi ed europei che dicono: la principale minaccia per l’Europa non è la guerra, ma i migranti. Dobbiamo difenderci?
Dobbiamo difenderci dal riarmo, questo sì. Pensare che avere un arsenale pieno di armi e le città vuote di migranti sia uno strumento di sicurezza è un’illusione che qualcuno vuole coltivare. Ma non genera altro che morte perché diventa il sonno della ragione, come diceva Piero Calamandrei.
La scorsa settimana papa Francesco ha scritto “la guerra è assurda, disarmiamo la terra”. È una prospettiva utopistica o persino in un momento come questo c’è spazio per praticarla?
Anche adesso, anzi ancora di più adesso c’è spazio per praticarla. Perché armarsi equivale ad avere in casa e fuori casa un pericolo in più. Il disarmo significa invece avere sicurezza e pace, che è la condizione necessaria perché le persone possano crescere e le città rinnovarsi.











