di Youssef Hassan Holgado
Il Domani, 30 agosto 2026
La premier rivendica il calo degli sbarchi e la svolta europea sui dossier migratori. Ma tra Patto Ue, tensioni con gli alleati e il Cpr di Gjadër la gestione è un disastro. La gestione della crisi di Ceuta, il ritorno dei dublinanti, un Patto Ue che rischia di trasformarsi in un contraccolpo per il governo italiano e il fallimento del Cpr in Albania. Le politiche migratorie sono tra i risultati più sbandierati da Giorgia Meloni e dai suoi ministri. Ma dietro il calo degli sbarchi rispetto alla grande ondata del 2023 il quadro è molto più controverso: scelte contestate sul piano giuridico, scontri diplomatici con paesi amici e, nel caso del Protocollo con Edi Rama, un impiego di denaro pubblico difficilmente compatibile con i risultati (inesistenti) ottenuti.
Senza contare la collaborazione con regimi autoritari come quello tunisino o il rinnovo del tanto criticato Memorandum con la Libia. Ma il prossimo 4 settembre, quando Giorgia Meloni festeggerà a Bari il traguardo del governo più longevo della Repubblica italiana, tutto questo passerà in secondo piano. “L’Albania non è in vendita”: la piazza smaschera Rama e i progetti degli Albanian Files Dublinanti e Schengen C’è un “successo”, però, riconoscibile all’esecutivo meloniano: è riuscito a spostare l’Unione europea a destra.
Ma proprio questo spostamento - alimentato anche dalla crescita di partiti e movimenti più estremisti - ha innescato una serie di posture politiche da parte dei paesi membri che la premier rischia di pagare caro a livello diplomatico, come ha sottolineato anche il settimanale tedesco Der Spiegel. Questa lunga estate ha riportato in auge la questione dei dublinanti, che diversi paesi europei hanno annunciato di voler rispedire in Italia, ma soprattutto ha visto una lunga serie di tensioni con nazioni tradizionalmente amiche come Spagna e Germania.
E gli scontri rischiano di allargarsi anche all’Ungheria, che ha già annunciato di non voler accettare alcun dublinante. Venerdì, invece, il governo polacco ha fatto sapere che non ci sono casi impellenti di dublinanti con l’Italia, ma “qualora la situazione dovesse cambiare” il governo “chiederà alle autorità italiane di effettuare i trasferimenti in conformità con le nuove disposizioni”. L’aria non è delle migliori per Meloni che sul tema migratorio è stata superata a destra dal generale Vannacci. La decisione di sospendere Schengen nasce proprio dal tentativo di recuperare terreno nei confronti di Futuro nazionale.
Ma, come ha anche detto ieri il ministro degli Esteri spagnolo, José Manuel Albares, “la demagogia e il tentare di ottenere vantaggi partitici su una questione di tale gravità”, come la vicenda di Ceuta, “non è responsabile ma nemmeno è politicamente redditizia”. E la questione dei dublinanti lo ha dimostrato. Nel suo intervento in Parlamento, il capo della diplomazia spagnola è tornato ad attaccare il governo italiano accusato di aver compiuto una scelta “arbitraria”. Albares non le ha mandate a dire neanche agli alleati spagnoli di Meloni, ovvero ai leader del Partido popular e Vox: “Gli avete chiesto perché sono stati imposti controlli indegni agli spagnoli?”. E ancora: “Gli avete chiesto quando smetteranno di ostacolare che il catalano, il basco e il galiziano diventino lingue ufficiali in Ue?”.
Ci vorrà del tempo prima di far tornare le relazioni alla normalità e molto dipenderà dalla scelta di Chigi se proseguire o meno con la sospensione di Schengen con la Spagna, misura che scadrà il prossimo 31 agosto. Se la situazione non rientrerà, il governo socialista ha annunciato che si riserverà il diritto di proseguire a sua volta con i controlli nei confronti degli italiani che arrivano nel Paese. “Navighiamo controvento per sfidare le politiche razziste”, in viaggio con Amnesty verso i Cpr in Albania Fallimento Albania L’altro grande cavallo di battaglia di Meloni è la costruzione dei centri in Albania. Un progetto nato male, che ha subito diverse modifiche sul piano del diritto, ma che continua a essere rivendicato come un grande successo.
Altri paesi europei stanno seguendo la stessa linea, dice il governo, e Bruxelles ha approvato l’istituzione di return hub nei Paesi terzi. Tuttavia i progetti, benché possono sembrare simili, hanno una differenza sostanziale. Il Centro per il rimpatrio costruito a Gjadër è sotto la giurisdizione italiana, l’intesa firmata con Rama non ha esternalizzato la responsabilità a Tirana. Se una persona inviata nel Cpr non può essere rimpatriata, questa deve quindi essere riportata in Italia. Negli hub previsti dalla nuova normativa europea, la responsabilità viene invece ceduta totalmente al paese con cui si conclude l’accordo, ponendo grandi dubbi sul piano delle garanzie dei diritti. Al di là dei tecnicismi, i dati mostrano il fallimento del progetto.
Il governo aveva preventivato inizialmente una spesa al ribasso nell’ordine dei 650-680 milioni di euro nei primi cinque anni. Ma per ActionAid e il Tavolo asilo e immigrazione il conto può arrivare a circa 800 milioni se si tiene conto dei costi aggiunti e dell’evoluzione del progetto. Ovvero circa 170 milioni l’anno. A fronte di tale spesa, ingiustificata dal numero degli sbarchi in Italia, quante persone sono state effettivamente portate a Gjadër? Stando all’ultimo accesso agli atti eseguito dall’europarlamentare del Partito democratico Cecilia Strada, in seguito alla visita eseguita il 29 giugno scorso, da quando la struttura è diventata Cpr, fino a metà luglio, sono transitati 685 migranti.
Di questi, più della metà sono stati dimessi: 379 per mancata convalida dei tribunali; 42 per motivi sanitari; 30 per mancata proroga del giudice di pace; 12 sono stati trasferiti in altri Cpr sul suolo italiano. I rimpatriati totali sono stati 101. Le strutture, nonostante i successi vantati dal governo, continuano a operare largamente al di sotto della capacità per cui erano state progettate. Senza contare, anche qui, le criticità sul piano dei diritti delle persone e il loro stato di detenzione.
Nei primi mesi di attività del Cpr sono stati documentati almeno 21 episodi di autolesionismo o tentato suicidio, riferibili ad almeno nove detenuti. Una recente inchiesta di Altreconomia ha riportato i dati del registro degli eventi critici: nei primi 48 giorni sono stati ben 54. Lo scorso giugno, invece, una delegazione di eurodeputati ha riferito di sei tentativi di suicidio dalla metà di maggio. Cpr, l’Albania spaventa Meloni: “L’accordo finisce nel 2028”.









